MONOPLURILINGUISMO

IL PROBLEMA DELLE VARIETA' LINGUISTICHE NELLA DIDATTICA DELL'ITALIANO

Vincenzo Madaghiele

ANNO SCOLASTICO 2000/2001

MONOLINGUISMO E PLURILINGUISMO: IL PROBLEMA DELLE VARIETA' LINGUISTICHE NELLA DIDATTICA DELL'ITALIANO

LINEE GUIDA

· La lingua come mezzo per comunicare.

· Le variabili diacroniche, sincroniche, funzionali e situazionali della lingua.

· Il plurilinguismo nella scuola.

· I limiti dell'insegnamento tradizionale che confina i dialetti in una sfera subordinata.

· Il rispetto per il codice posseduto dall'allievo e l'approccio graduale alla lingua “ufficiale” devono essere i punti di partenza dei curriculi di educazione linguistica.

· Aspetti metodologico-didattici e organizzativi.

MONOLINGUISMO E PLURILINGUISMO: IL PROBLEMA DELLE VARIETA' LINGUISTICHE NELLA DIDATTICA DELL'ITALIANO

Letteralmente “comunicare” significa mettere in comune qualcosa. Nessuna società umana - gruppi di individui che vivono assieme in uno stesso territorio e condividono le abitudini di vita - potrebbe sopravvivere senza l'esistenza di “qualcosa in comune”. Una delle cose più semplici che sono comuni a una società è la lingua, quella di cui ci serviamo per parlare, ascoltare, leggere, scrivere. Attraverso un linguaggio comune, detto codice, gli uomini possono vivere assieme, facilitando la trasmissione e lo “scambio” di informazioni e messaggi. Nella realtà del nostro Paese, il codice comune all'emittente e al ricevente è la lingua italiana.

Negli ultimi decenni, in Italia, si è verificato un fenomeno linguistico che secoli di storia non erano riusciti a produrre: è nata una “lingua comune” o standard che viene adoperata e compresa sostanzialmente su tutto il territorio nazionale. Questo processo di unificazione è stato favorito da numerosi fattori, tra i quali, soprattutto, la scolarizzazione di massa e la diffusione dei mass-media. Sappiamo, però, che non esiste una lingua italiana unica che possa essere usata e compresa, senza subire nessuna variazione, da tutti i parlanti. La lingua è attraversata da una serie di variabili che dipendono dal tempo, dallo spazio, dalle situazioni. L'italiano di oggi, infatti, non è lo stesso in cui scrivevano gli autori del Cinquecento, e questa è una varietà diacronica; nelle diverse regioni d'Italia abbiamo differenze di lingua molto marcate e anche casi di bilinguismo, poiché all'unità politica del paese non si è accompagnata completamente l'unificazione linguistica.; abbiamo poi varietà funzionali e situazionali della lingua, in rapporto alle quali distinguiamo i sottocodici e i registri.

Viviamo oggi in una società complessa ed articolata, in una realtà che determina differenziazioni sempre più marcate fra i diversi ambiti di attività. Alla progressiva crescita di nuove specializzazioni nel settore industriale, in quello scientifico, in quello delle attività terziarie, nel turismo, nello sport, nello spettacolo, si è accompagnata la nascita di linguaggi specifici e settoriali, capaci di dare risposte soddisfacenti alle diverse esigenze comunicative. Così sono nati e si sono affermati rapidamente il linguaggio della scienza e quello della politica, quello della burocrazia e quello dello sport, quello della medicina e quello della finanza, ecc.

Ognuno di questi linguaggi possiede caratteristiche sue proprie che lo distinguono dagli altri e che si manifestano soprattutto a livello lessicale. Infatti, ciascun linguaggio speciale ha vocaboli propri, che costituiscono i cosiddetti tecnicismi e avviene spesso che parole appartenenti alla lingua comune, nei linguaggi speciali assumano significati tecnici particolari.

Della lingua si fa, normalmente, un uso non individuale ma sociale perciò, col variare delle situazioni, del ruolo dell'interlocutore e dell'oggetto della comunicazione, la lingua muta, talvolta anche profondamente, articolandosi in tre livelli espressivi diversi: formale, medio, informale. Tutte le volte che si intende emettere un messaggio, all'interno dei tre diversi livelli espressivi, è possibile scegliere, caso per caso, il tipo di strumento linguistico più idoneo a soddisfare certe esigenze e a conseguire certi scopi: si usano cioè registri diversi. Il numero dei registri è pressoché infinito, dato che infinita è la varietà delle situazioni comunicative, della necessità, delle intenzioni, delle circostanze, degli interlocutori, degli scopi da raggiungere: è il parlante a decidere caso per caso quale registro scegliere.

In definitiva, per poter adoperare correttamente la lingua che parliamo o scriviamo, non è sufficiente conoscere perfettamente le regole ortografiche, grammaticali e sintattiche. Occorre anche la capacità di saper scegliere e modulare la lingua che usiamo a seconda delle circostanze, delle situazioni in cui ci si viene a trovare e degli interlocutori con cui si entra in contatto.

Il compito della scuola, allora, dovrebbe essere, oltre che educare alla comprensione e al possesso sicuro della lingua comune, quello di abituare i discenti all'uso di più varietà della lingua.

Nel trattare il panorama variegato della lingua italiana, non bisogna dimenticare la presenza dei dialetti, che costituiscono un prezioso patrimonio culturale che si è tramandato nei secoli e sul quale è fiorita spesso anche una produzione letteraria.

Uno dei connotati tipici dell'insegnamento tradizionale dell'italiano, è costituito dall'identificazione dell'educazione linguistica con l'apprendimento della lingua nazionale, arbitrariamente ritenuta dai docenti << la lingua madre >>, strumento ufficiale di comunicazione valido per tutti, confinando parallelamente i dialetti in una sfera subordinata, una degenerazione della lingua pura, quindi pericolosa fonte di errori. Senza voler mitizzare erroneamente il dialetto, bisogna, tuttavia, ammettere che l'espressione dialettale è parte per molti individui di quel patrimonio culturale informale acquisito nella sfera familiare e nel gruppo di appartenenza.

B. Bernstein in “Classi sociali e sviluppo linguistico” ha ritenuto di poter stabilire la connessione tra << codice linguistico >> e << classe sociale di appartenenza >>.

Un tipo di insegnamento monolinguistico tradizionale comporta come corollario la considerazione che le strutture fondamentali del linguaggio, cioè la grammatica, sono universali e immutabili nel tempo; le variabili spazio, tempo, argomento, non sono evidentemente contemplate in questo “corpus” di regole. In sostanza, gli allievi devono giungere all'uso corretto della lingua secondo un procedimento didattico analitico-normativo, che non prevede relativizzazioni o variazioni di sorta. L'irrigidimento e la mancanza di vitalità dell'insegnamento tradizionale sono stati ormai individuati, già da tempo, da letterati ed intellettuali, i quali hanno suggerito considerevoli innovazioni alla metodologia didattica.

Ignazio Silone, per esempio, in “ Fontamara”, interpretando il disagio di un “cafone” meridionale, così scriveva: “La lingua italiana è per noi una lingua imparata a scuola, come possono essere il latino, il francese, l'inglese, l'esperanto. La lingua italiana è per noi una lingua straniera, una lingua morta, una lingua il cui dizionario, la cui grammatica, si sono formati senza alcun rapporto con noi, col nostro modo di agire, col nostro modo di pensare, col nostro modo di esprimerci”.

Tra i più intelligenti innovatori di questa educazione linguistica, che tiene conto del processo di democratizzazione affermatosi nella nostra società, bisogna citare senz'altro Tullio De Mauro, autore peraltro di testi scolastici, in cui ha posto la necessità del plurilinguismo. In sostanza, essere padroni di una lingua non significa conoscerne la grammatica o le espressioni più illustri, quanto dominarne soprattutto l'uso differenziato e gli stili più diffusi. Questo evidentemente comporta una prima immediata conseguenza: innanzitutto lo studio della grammatica non deve più costituire un processo autonomo, ma deve essere direttamente collegato alle attività che promuovono lo sviluppo delle abilità linguistiche, secondo un discorso articolato che includa le differenziazioni tra i codici, le varietà della lingua, le sue funzioni.

Il primo obiettivo dell'insegnante di italiano sarà quello di sviluppare negli allievi la capacità di utilizzare il sistema linguistico e le sue varietà nel modo più adeguato al tipo di comunicazione, quindi rendere consapevoli gli allievi degli usi differenziati della lingua e soprattutto delle sue varietà, delle quali essi stessi sono autori, legittimando in tal modo l'uso dei dialetti. Conservare la memoria e le capacità espressive del proprio dialetto e insieme conoscere l'italiano, può dare la possibilità di possedere maggiori mezzi per esprimersi e per comunicare in maniera più consapevole e completa. Tradotto sul piano pratico, ciò significa innanzitutto rispetto per il codice posseduto dall'alunno prima e oltre l'istituto scolastico. L'approccio con la lingua “ufficiale” deve essere, in sostanza, graduale e solo in questo modo essa perderà le caratteristiche di un monolito, avulso dalla realtà linguistica degli individui.

Una programmazione che voglia operare in continuità con l'esperienza comunicativa degli alunni, non prescinde dal grado di diversità dei codici verbali presenti nel gruppo, anche per individuare eventuali deficit, da cui conseguono insufficienze e difficoltà di arricchimento linguistico. Le attività più frequenti dovrebbero essere fondate sul conversare, sul dialogare, sui giochi verbali in un contesto didattico ricco di stimolazioni. Da attività suggestive come la drammatizzazione, l'invenzione poetica e narrativa, emergono quadri mentali e la possibilità di divertirsi con la comunicazione e di scoprire l'infinita varietà di combinazioni di parole e frasi e le innumerevoli possibilità di esprimere gli stessi concetti con costruzioni verbali diverse, su cui operare poi una ricerca progressiva e sistematica.

Potrà essere utile proporre esercizi sul lessico, basati sui confronti di sinonimi appartenenti a codici opposti: raffreddore/rinite; multa/ammenda; morte/decesso; ecc. inserendo eventualmente termini presi da altri sottocodici specialistici.

Anche brani in dialetto potranno essere analizzati, cercando magari di tradurli in lingua comune, come momento di riappropriazione consapevole della propria cultura e della propria identità linguistica. In questa operazione di rapporto, che ovviamente deve essere costante nel tempo, si farà sempre più viva la interiorizzazione del relativismo dei codici e quindi della differenza, per esempio, tra lingua parlata e lingua scritta. Si potrà proporre, a gruppi, un lavoro di raffronto tra testi interi, scegliendoli tra le varietà << tecniche >> della lingua, come per esempio, articoli giornalistici per poi passare alla ricostruzione, elaborazione, sintesi e trasferimento dei contenuti da un codice espressivo-comunicativo ad un altro.

Si potranno produrre testi descrittivi e narrativi, riscriverli ed integrarli con dati connotativi, fino a strutturare contenuti testuali in codici e stili diversi. Ciò consentirà di acquisire nuove abilità ed un'utilizzazione della lingua anche in direzione creativa.

Sarà utile dimostrare le variazioni della lingua in rapporto alle diverse situazioni sociali: si stabilirà uno specifico contesto comunicativo e un significato da trasmettere da un emittente ad un ricevente e si chiederà di trovare la forma più idonea per realizzare questo obiettivo. In questo lavoro collettivo, che mira ad arricchire la gamma dei registri a disposizione dell'allievo, l'insegnante dovrà fungere da coordinatore che permetterà a tutti di esprimersi e con cautela opererà le correzioni.

Con un'attenta scelta di mezzi, l'aula potrà essere trasformata in laboratorio linguistico, idoneo anche ad essere utilizzato come mezzo per altri apprendimenti, compresi in ambiti diversi e che hanno la possibilità di codificarsi come campi specifici di conoscenza, proprio per le proprietà adattive dei significati linguistici.

La dimensione culturale dell'insegnamento/apprendimento linguistico, sviluppandosi per tutto l'arco della scuola, rivela come la lingua si conservi nel patrimonio ereditato dal passato, ma pure come essa si modifichi per l'uso e le alterne vicende della cultura.

Ne deriva, anche per i docenti, il ricorso all'aggiornamento per approfondire uno studio teorico degli attuali risultati scientifici in direzione linguistica, per poter poi condurre un lavoro di ricerca sul campo, anche al fine di poter procedere ad una successiva analisi dei risultati pratici delle scienze attuali, ponendoli a confronto con i risultati della personale esperienza.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

- M. Berretta “Linguistica Ed Educazione Linguistica”. Torino – Enaudi.

- G. Berruto – M. Berretta “Lezioni Di Sociolinguistica E Linguistica Applicata”. Napoli – Liguori.

- M.A.K. Halliday “Il Linguaggio In Una Prospettiva Sociale”. Bologna – Il Mulino.

- B. Bernstein “Classi Sociali E Sviluppo Linguistico”. Milano – F. Angeli.

- R. Titone “La Psicolinguistica Oggi”. Zurichi – P.A.S.

- M.A.K. Halliday “Il Linguaggio Come Semiotica Sociale”. Bologna – Zanichelli.

- R. Titone “Il Linguaggio Nella Interpretazione Didattica”. Roma – Bulzoni.

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