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Audizione presso la VII Commissione Istruzione della Camera dei Deputati – Roma, 12 novembre 2009

13 novembre 2009



Osservazioni dell’ADi sugli schemi di

Regolamento relativi al sistema

dei Licei, degli Istituti Tecnici

e degli Istituti Professionali

Premesso che l’ADi è ripetutamente intervenuta con analisi accurate e approfondite sulla riforma del 2° ciclo, come ad esempio

  1. I licei del nuovo millennio
    giugno 2009)

  2. Istituti Professionali: alla ricerca dell’identità perduta
    (gennaio 2009)

  3. Riforma della secondaria di 2° grado: una surreale storia italiana
    (dicembre 2008
    )

si forniscono sintetiche osservazioni, partendo da quella che consideriamo la decisione più grave nella riforma del 2° ciclo ossia l’omologazione degli istituti professionali agli istituti tecnici per mantenerli in capo allo Stato.

ISTITUTI PROFESSIONALI

Un giudizio assolutamente negativo

Lo diciamo in termini assolutamente chiari: il giudizio dell’ADi sulla riforma degli Istituti Professionali è assolutamente negativo. Un giudizio che risale a quello espresso sulla legge 40/2007 varata sotto il ministero Fioroni e che questo Governo ha assunto acriticamente. Una legge che ha sottratto, in spregio alla Costituzione, gli istituti professionali alla competenza regionale, privandoli della possibilità di impartire autonomamente qualifiche triennali e diplomi quadriennali.

I danni dell’omologazione agli Istituti Tecnici

Gli istituti professionali vengono omologati agli istituti tecnici, perdendo ancora una volta la storica occasione di un forte rilancio e valorizzazione di TUTTO il comparto tecnico professionale comprensivo della formazione professionale, alla quale l’istruzione professionale andava collegata  e con la quale occorreva avviare una progressiva fusione.

Si trattava di prospettare solo tre gambe del 2° ciclo: 1) licei, 2) istituti tecnici, 3) istruzione e formazione professionale, come ha deciso in modo, lungimirante la Giunta della Provincia Autonoma di Trento, con la progressiva fusione di istruzione e formazione professionale.

L’operazione di mantenimento in capo allo Stato degli istituti professionali ripropone invece le 4 gambe, con l’approfondimento di gerarchizzazioni, sprechi e dispersione.

L’avere sottratto agli istituti professionali l’autonomo percorso triennale di qualifica e del diploma quadriennale, per mantenerli in capo allo Stato, ha  infatti portato con sé l’ invenzione di complicate convenzioni con le Regioni, che saranno fonte di ulteriori sprechi di denaro pubblico.

La desertificazione degli indirizzi degli Istituti Professionali

Un’altra questione grave deriva dalla decisione di superare “la sovrapposizione dei percorsi degli istituti professionali con i percorsi degli istituti tecnici”. Il punto è chiaro: siccome tecnici e professionali sono uguali, la sola differenziazione possibile consiste nell’assegnare loro specializzazioni diverse! Con questa bella pensata gli indirizzi degli istituti professionali sono stati ridotti drasticamente. E’ noto invece che questi istituti dovrebbero essere i soli ad avere una ricchezza di specializzazioni, come avviene ovunque nel mondo, perché direttamente collegati allo sbocco lavorativo e alle specificità del territorio.

Molto istruttiva a questo riguardo è la tabella di confluenza dei vecchi indirizzi nei nuovi, dove si vede la desertificazione operata con i nuovi ordinamenti.

Cosa si sarebbe dovuto fare

In queste condizioni, gli Istituti Professionali si troveranno fagocitati da una parte dagli Istituti Tecnici e dall’altra dalla Formazione Professionale.

Un’operazione seria, nel rispetto del dettato costituzionale, sarebbe stata la progressiva unificazione, sotto la gestione regionale, degli istituti professionali  con i corsi di formazione professionale, considerato che questi ultimi già ora hanno titolo a impartire l’obbligo d’istruzione e a certificare qualifiche triennali e diplomi quadriennali.

E’ noto che ci sono intere zone in Italia dove la Formazione Professionale non è mai decollata, e dove invece ci sono attrezzatissimi Istituti Professionali. Secondo le acute soluzioni disposte dai nostri politici (rigorosamente bipartisan in questo caso) gli Istituti professionali dovranno accordarsi con le regioni per poter impartire le qualifiche triennali (che era loro compito storico) alimentando una nuova produzione di burocrazia e di spese aggiuntive.

La persistente cieca opposizione alla decentralizzazione

E perché tutto questo? Perché continua a dominare in Italia un inestirpabile, miope statalismo. Era sufficiente e doveroso disporre quanto la Costituzione prevede, ossia togliere tutto il personale scolastico dalla “dipendenza dallo Stato” e passarlo alla “dipendenza dalle Regioni”.
Questo avrebbe evitato la cosa più temuta: la drastica separazione degli insegnanti e dirigenti degli Istituti Professionali (regionalizzati) dai docenti e dirigenti di tutte le altre scuole (rimasti statali).

E’ noto che contro la decentralizzazione dell’istruzione l’opposizione è generalizzata:, dal MIUR alle stesse Regioni, che ben si guardano dal rivendicare le proprie competenze in materia di amministrazione del personale scolastico, dalla burocrazia ministeriale alle organizzazioni sindacali e a Confindustria.

L’imminente accordo Stato Regioni e Province autonome per l’attuazione del Titolo V prevede il mantenimento della “dipendenza organica” di tutto il personale della scuola dallo Stato!

ISTITUTI TECNICI

Gli elementi positivi

Il Regolamento contiene sicuramente alcune indicazioni positive, che possono essere così sintetizzate:

1. La costituzione di un Comitato Nazionale per l’Istruzione Tecnica e Professionale articolato in commissioni di settore: un organismo necessario, a nostro avviso, per il rilancio dell’istruzione tecnica e professionale che, si spera, spodesterà, almeno in questo settore, quello scandaloso zombi del CNPI, in prorogatio da 12 anni! E’ uno strumento importante per sostenere l’aggiornamento periodico dei titoli e dei curricoli, dando vita a una rolling reform, una riforma che si può via via aggiustare e aggiornare, come avviene in tutti i Paesi civili

2. L’ampio uso di stage, tirocini, laboratori e alternanza scuola-lavoro

3. L’aumento fino al 30% di autonomia nel curricolo del secondo biennio e al 35% nel 5° anno, su cui saranno emanate linee guida nazionali che dovrebbero favorire le opzionalità, la flessibilità dei percorsi, le transizioni fra i canali formativi

4. La costituzione, nei singoli istituti, dei dipartimenti per sostenere la progettazione educativa e l’integrazione fra le discipline

5. La declinazione dei risultati di apprendimento in competenze, abilità e conoscenze secondo il Quadro europeo dei titoli e delle qualifiche (EQF 2008)

Il persistere di alcuni gravi limiti

In particolare:

1. Il mantenimento del percorso quinquennale con la conclusione della scolarizzazione secondaria un anno dopo il compimento della maggiore età, in contrasto con quanto avviene negli altri Paesi europei. Da anni l’ADi sostiene che una soluzione credibile, in fase transitoria, sarebbe quella di considerare il 5° anno come approfondimento della parte professionalizzante per lo sbocco al lavoro, o propedeutico alla scelta universitaria o costituire il primo anno dell’Istruzione Tecnica Superiore. Il mantenimento del corso quinquennale sarà infatti un grave ostacolo all’avvio e allo sviluppo degli Istituti Tecnici Superiori biennali. E’ evidente infatti che gli studenti, in presenza di un solo anno di differenza, sceglieranno la laurea breve triennale (con il relativo titolo di Dottore o Ingegnere) al posto del corso biennale degli Istituti Tecnici Superiori (che attribuisce il solo titolo di Tecnico superiore).

2. L’eccessivo spazio dato alla parte di cultura generale che anche al 5° anno mantiene una percentuale di ore molto simile a quella delle materie di indirizzo.

LICEI

Un giudizio sostanzialmente negativo

Il documento sui Licei è nato vecchio e appare del tutto dissonante da quello relativo agli Istituti Tecnici. Queste alcune note.

Filiere incomunicabili

I percorsi liceali si presentano assolutamente rigidi e incomunicabili, contro la generale tendenza internazionale di facilitare i passaggi all’interno del 2° ciclo, una tendenza affermata peraltro nella stessa legge 53/03 e non abrogata.

Confusione fra licei, istituti tecnici e professionali: grave la licealizzazione degli istituti d’arte

Nella classificazione dei 12 Licei, degli 11 indirizzi degli istituti tecnici e dei 6 indirizzi degli istituti professionali (si noti l’assurdità: sono più i licei dei professionali!), non si capisce assolutamente quale siano le ragioni che guidano l’assegnazione di alcuni indirizzi ai licei piuttosto che agli istituti tecnici e professionali.

Due esempio per tutti. 1) Perché passare tutta l’istruzione artistica ai licei quando molta Istruzione artistica era giustamente organizzata in istituti di tipo professionale, che erano un importante sostegno al nostro artigianato locale? Musica e danza costituiscono un indirizzo liceale, quando ad es. in Francia fanno parte dell’istruzione tecnologica? L’assegnazione di questi indirizzi ai licei ha imposto un’eccessivo peso delle materie di carattere generale a scapito di quelle più specialistiche che dovrebbe essere il carattere distintivo e fondante di questi percorsi.

Incapacità di scelte innovative. Grave la mancata impostazione di uno specifico liceo economico-sociale, a favore del mantenimento di un arcaico liceo delle scienze umane, con una sbiadita sezione economico-sociale.

E’ stato detto che il Regolamento dei licei coniuga insieme tradizione e innovazione. A noi pare solo artefice di compromessi all’italiana.

Il liceo classico rimane un cult, peccato che quello di oggi ignori le sue qualità storiche (un impianto essenziale, organico e coerente) e non abbia più nulla a che fare con le antiche finalità: la formazione dell’uomo colto in una società ad economia agricola.

Il liceo scientifico è costituito da un lato da un pezzo di archeologia gentiliana, il vecchio liceo scientifico, e dall’altro da un simil sperimentale Brocca, il liceo scientifico tecnologico: un compromesso dovuto all’incapacità di definire una moderna cultura scientifica.

Il liceo delle scienze umane costituisce un altro assurdo compromesso: il mantenimento, sotto altro nome, dell’ex istituto magistrale (divenuto privo di senso con l’avvio della formazione universitaria degli insegnanti della scuola dell’infanzia e primaria), a cui si è affiancata uno sbiadita sezione economico-sociale, nell’incapacità di dare vita ad un solo serio liceo economico-sociale.

Il primo biennio in contrasto con il documento sul nuovo obbligo d’istruzione

Pur facendovi esplicito riferimento il Regolamento è in totale contrasto con il documento sull’obbligo di istruzione dell’agosto 2007, sottraendosi alla più che decennale impostazione internazionale che considera l’apprendimento disciplinare entro un quadro più complesso di competenze per il XXI secolo.

Meno ore, più discipline: un assioma insostenibile

L’impianto generale prevede 27 ore settimanali nel primo biennio e 30 nel secondo biennio e nel 5° anno. Fanno eccezione gli ultimi 3 anni del liceo classico con 31 ore, dell’artistico con un max di 35 ore, del musicale e coreutico con 32 ore.

L’ADi ha sempre sostenuto un orario leggero e le 30 ore settimanali hanno sempre costituito per noi il tempo massimo per l’insegnamento, dal momento che a queste ore va sommato anche lo studio individuale. E’ evidente che non si può però diminuire l’orario mantenendo o aumentando il numero delle discipline e conservando la stessa organizzazione delle medesime.

E’ indispensabile debellare l’enciclopedismo e la frammentazione disciplinare, occorre rompere i rigidi confini delle discipline, aprire la scuola al nuovo forgiarsi dell’organizzazione del sapere.
Solo così sarà corretto ed efficace portare a 30 l’orario delle lezioni. Poco ma bene!

Un’inossidabile cultura umanistica decorativa e retorica

Anche questo Regolamento persiste nella tradizione tutta italiana di identificare la Cultura con la cultura umanistica decorativa e retorica, o se si preferisce avvocatesca e professorale come la definiva il grande filologo Carlo Dionisotti.

La mortificazione della cultura scientifica

Mentre a livello internazionale si intrecciano e si moltiplicano le prese di posizione per valorizzare e implementare l’apprendimento delle scienze e per conquistare anche le ragazze a tale campo disciplinare, i nuovi licei mortificano l’insegnamento scientifico. Si citano a questo proposito due esempi:

  • l’assenza delle competenze scientifiche nel biennio del liceo classico e artistico,

  • l’anomalia del liceo scientifico il meno “specializzato” di tutti i percorsi: le materie umanistiche rappresentano il 50% dell’orario totale nel 1° e nel 2° biennio e nel 5° anno, mentre quelle scientifiche costituiscono solo il 37% nel 1° biennio e il 40% nei restanti anni.

L’identificazione della cultura linguistica con quella letteraria

Isolati rispetto al contesto internazionale, continuiamo a identificare l’educazione linguistica con quella letteraria, e indichiamo in tutti i curricoli l’insegnamento della lingua madre con i termini di “Italiano e letteratura” fin dal biennio.

L’intangibilità del latino

Non c’è nulla da fare: non ci si rassegna ad abbandonare una tradizione vuota di significato.

Il latino continua ad occupare un posto di tutto rilievo, non solo ovviamente al liceo classico, ma anche al liceo scientifico (nel biennio ha le stesse ore di italiano), al liceo linguistico (nonostante la presenza di tre lingue straniere), al liceo delle scienze umane (forse l’unico appropriato ad accoglierlo, essendo esso stesso fuori dal tempo e dallo spazio…).

Ci si dovrebbe convincere che il latino si salva non facendolo studiare male a molti, ma bene a pochi. In altre parole facendo del latino una “specialità”, nel senso più dignitoso del termine. E’ questo, peraltro, il messaggio che ci viene dai nostri migliori latinisti.

L’occulta segregazione delle ragazze

L’impostazione di questi licei opera di fatto una segregazione, peraltro già in atto, delle ragazze.
Il liceo classico
(checchè ne continuino a pensare i nostri intellettuali nostalgici) è divenuto un liceo per signorine di buona famiglia; il liceo delle scienze umane, ex-istituto magistrale, è sempre stato “dedicato” alle ragazze; il  liceo linguistico è dalle origini un liceo al femminile; e così sarà per il liceo coreutico ecc..

A ben considerare non è questione di poco conto. Solo una profonda innovazione nell’organizzazione liceale, meno rigidamente chiusa nei singoli percorsi, avrebbe potuto superare questa preoccupante occulta segregazione.

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