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Se nasce una scuola privata per laici
di Umberto Eco


Una volta Pitigrilli aveva scritto che leggeva tutte le mattine l'articolo di fondo del suo direttore per sapere che cosa doveva pensare. E' un principio che (con buona pace di Ezio Mauro) non condivido, almeno non sempre. Ma è certo che talora, per sapere che cosa si deve pensare, si scrive un articolo noi stessi. E' un modo do raccogliere le idee. Ecco perché vorrei dire alcune cose sulle varie polemiche circa la scuola privata, e indipendentemente dai particolari tecnico-parlamentari del caso italiano.

Chiediamo a qualcuno se in un paese democratico sia lecito a chiunque stabilire un insegnamento privato, e a ogni famiglia scegliere per i figli l'insegnamento che ritengono più adeguato. La risposta deve essere certamente sì, altrimenti in che democrazia siamo? Chiediamo ora se qualcuno, che ha speso un capitale per comperarsi una Ferrari ha il diritto di andare a 200 all'ora in autostrada. E' triste per chi ha fatto questo genere d'investimento, e per Luca Cordero di Montezemolo, ma la risposta è no. E se io ho impiegato tutti i miei risparmi per comprarmi una casetta proprio in riva al mare, ho diritto che nessuno venga a mettersi sulla spiaggia davanti a me per far baccano e gettare cartacce e lattine di Coca Cola? La risposta è no, devo lasciare un passaggio libero perché c'è una striscia di spiaggia che è di tutti (al massimo posso chiamare la polizia e denunciare chi la sporca).

Il fatto è che in democrazia chiunque ha il diritto di esercitare le proprie libertà purché questo esercizio non rechi danno alla libertà degli altri.

Ritengo persino che una persona abbia il diritto di suicidarsi, ma il permesso vale fino a che la percentuale dei suicidi si mantiene su percentuali trascurabili. Se ci fosse un'epidemia di suicidi, lo stato dovrebbe intervenire a limitare una pratica che, alla fine, arrecherebbe danno all'intera società.

Che cosa c'entra questo con la scuola privata? Prendiamo l'esempio di un paese come gli Stati Uniti dove lo stato si preoccupa solo di garantire ai suoi cittadini ogni libertà possibile, compresa quella di portare armi (anche se qualcuno laggiù incomincia a chiedersi se questa libertà non sia lesiva della libertà altrui). Laggiù potete decidere di andare alla scuola pubblica o alla scuola privata. Una famiglia di miei amici, laici ed ebrei, ha mandato la figlia in un Lioceo tenuto dalle suore cattoliche, certamente costoso, perché davano la garanziadi insegnare persino chi fosse Giulio Cesare, mentre nelle scuole pubbliche si risaliva al massimo a George Washington. Naturalmente, facendo una buona scuola, quella ragazza è poi entrata ad Harvard, mentre quelli della scuola pubblica no, perché l'insegnamento doveva essere tenuto al livello di ragazzi portoricani che parlavano a fatica l'inglese.

La situazione statunitense è pertanto questa: chi ha soldi può avere per i pripri figli una buona educazione, chi non li ha li condana al semianalfabetismo. Mi chiedo persino se il basso livello della scuola pubblica non finisca di incidere anche su quello della scuola privata, visto che persone di buona famiglia come Bush (si veda il sito internet sui "Bushisms") commettono tali errori di grammatica, geografia e logica che al confronto Bossi ha una statura di premio Nobel.

Quindi lo stato americano è incapace di provvedere ai suoi cittadini pari opportunità. Se le università, parte pubbliche e parte private, sono in genere eccellenti è perché la bontà di una università viene poi controllata dal mercato, e anche molte università pubbliche fanno il possibile per mantenere un buon livello. Ma per l'università la cosa vale anche in Italia, specie dopo l'autonomia concessa agli atenei.. Lo stato si preoccupa solo di riconoscere ad alcune università private la laurea che conferiscono e di stabilire commissioni nazionali per il conferimento delle cattedre. Poi, se esci dalla Bocconi sei a posto, se esci da univesità privata di reputazione minore, o sarà il mercato a verificare, o i vari concorsi per la magistratura, il titolo di procuratore, l'abilitazione all'insegnamento e così via. Ma con la scuola materna, elementare e media non c'è controllo di mercato e di pubblici concorsi. Uno fa delle scuole depresse e non lo saprà mai (altrimenti non sarebbe culturalmente depresso), l'altro fa delle scuole eccellenti e diventa classe dirigente. E' questa la democrazia piena?

Soluzione: lo Stato riconosce il diritto dei privati di impartire l'insegnamento elementare e medio e dà un buono a tutti i cittadini, e i cattolici manderanno i figli dagli Scolopi, i laici arrabbiati alla scuola comunale. In democrazioa i genitori hanno diritto di decidere l'educazione dei figli. Ma occorre che la scuola privata, magari eccellentissima, non stabilisca tasse aggiuntive rispetto al buono, altrimenti è ovvio che, per attrarre genitori abbienti e colti, frapponga qualche forma di ostacolo in modo che non le arrivino figli di immigrati, benché naturalizzati italiani, e figli di disoccupati che in famiglia non hanno imparato un italiano decente. E' possibile imporre a una scuola privata di accettare anche un bambino nero, sporco e culturalmente in ritardo? Se la scuola privata dovesse adattarsi a livello di questi alunni regolarmente pagati dallo Stato, come farebbe a restare scuola d'èlite?

Ma anche se si raggiungesse questa suituazione di uguaglianza democratica, sappiamo benissimo che ci sono scuole private (citerei il Leone XIII di Milano, o i Gesuiti presso i quali ha studiato, senza esibire evidentemente troppe pressioni ideologiche, Piero Fassino) che cercano a ogni costo di mantenere un livello di eccellenza, e scuole private di qualsiasi tendenza che sono specializzate nei diplomi facili. Ai miei tempi lo Stato esercitava su queste scuole un controllo molto fiscale, e mi ricordo le traversie dei privatisti a un esame di Stato. Ma allora, se questo controllo deve esserci, esami come quello di maturità debbono diventare ben più severi di oggi, almeno quanto lo erano ai miei tempi, con una commissione esterna (tranne un solo docente interno), e programma di tre anni al completo - e sogni angosciosi che ci hanno accompagnato per tutta la vita. Altrimenti potrebbe accadere di avere generazioni di ignoranti, alcuni provenienti dalle scuole statali ormai riservate ai sottoproletari, e alcuni provenienti da scuole private truffaldine per ragazzi ricchi e svogliati.

Non finisce qui. Ammettiamo che tutti questi inconvenienti possano essere risolti da una legge che salvaguardi anche i diritti dei non abbienti, e che un piccolo senegalese italianizzato possa frequentare con buono statale anche la più eslusiva tra le scuole private. Si deve tenere presente che, se stabilendo una scuola privata, si è finanziati da buoni statali, allora ciascuno ha diritto di farlo. Gli scolopi certamente, e i gesuiti, ma anche i valdesi, o una associazione di laici che costituisca i Licei Siccardi (o Cavour, o Peano, o Ardigò) in cui si educhino i ragazzi ad un sano razionalismo, si mettano sullo stesso piano tutte le religioni, si legga un poco di Corano, un poco di Bibbia e un poco di testi buddisti, e si rilegga la storia d'Italia in spirito laico. O che Rifondazione stabilisca delle scuole Feurbach, ispirate alla critica dei pregiudizi religiosi, o che la Massoneria metta insieme i Licei Hiram, dove si educano i ragazzi ai principi spirituali e morali di quella associazione. Tanto lo stato paga, e l'impresa (magari con qualche sponsorizzazione) potrebbe essere in attivo.

Ancora, perché proibire (siamo in democrazia) al reverendo Moon e a monsignor Milingo di fare il proprio liceo, così come esistono le scuole steineriane? E perché proibire una media musulmana, o ai seguaci di varie sette sudamericane di lanciare i licei Oxalà, dove si trasmettono i principi del sincretismo afro-brasiliano? Chi potrebbe protestare? Il Vaticano, chiedendo al governo di stabilire la sovrana autorità dello Stato? Ma allora saremmo a capo quindici. E, anche ammesso che si potrebbe attuare un controllo statale di accettabilità, potremmo escludere dalle scuole accettare una che trasmette ai propri allievi un totale scetticismo nei confronti delle religioni, e un'altra che diffonda sani principi fondamentalisti coranici, purché basati su una interpretazione filologicamente esatta dei testi sacri? Certo che no.

Dopo di che avremmo un paese di cittadini, divisi per gruppi etnici e ideologici, ciascuno con la propria formazione, incommensurabile con le altre. Ma questo non sarebbe una soluzione di sano multiculturalismo in una società multiculturale del futuro. Una società multiculturale deve educare i propri cittadini a conoscere, riconoscere, accettare le differenze, non a ignorarle.

Qualcuno ha fatto l'esempio di paesi stranieri in cui la libertà dell'educazione regnerebbe sovrana. Non so, penso soltanto alla Francia. Se volete diventare, in quel paese, un gran commis d'état, dovete passare per L'Ena, o per l?Ecole Normale Supérier di rue d'Ulòm, e se volete arrivare all'Ecole Normale dovete essere passato per i grandi licei statali , che si chiamano Descartes, Henry IV, Fénelon. In questi licei lo stato si preoccupa di educare i propri cittadini a quella che essi chiamano la République, ovvero un insieme di conoscenze e valori che debbono rendere uguale, almeno in teoria, un ragazzo nato ad Algeri e uno nato in Normandia. Forse l'ideologia de la République è troppo rigida, ma non può essere corretta col proprio opposto, cattolici coi cattolici, protestanti coi protestanti, musulmani coi musulmani, atei con gli atei e Testimoni di Geova coi Testimoni di Geova.

Ammetto, a lasciare oggi le cose come vuole la Costituzione, non si eliminerebbe una certa dose di ingiustizia: i ricchi continuerebbero a mandare i figli dove vogliono, magari all'estero ( i più stupidi tra i ricchi li manderebbero ad una highschool americana), e i poveri rimarrebbero affidati alla scuola di tutti. Ma democrazia è anche accettare una dose sopportabile di ingiustizia per evitare ingiustizie maggiori.

Ecco alcuni problemi che nascono dall'affermazione, in sè ovvia e indolore, che i genitori dovrebbero poter mandare i loro figli alla scuola che preferiscono. Se non si affrontano tutti questi problemi, il dibattito rischia di ridursi a una faida tra cattoliici integralisti e laici mangiapreti, il che sarebbe male.

"la Repubblica" Venerdì 31 Agosto 2001

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