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ESCLUSIVO - Intervista a Letizia Moratti, ministro dell’Istruzione,
Università e Ricerca


La mia scuola

di SIMONETTA PAGNOTTI




Una riforma realizzata con il coinvolgimento delle famiglie, dei docenti e degli studenti. Il nuovo ministro ha le idee chiare e punta a una scuola capace di «formare persone libere e responsabili».

«Veramente non l’ho "accettato, ho "scelto" questo Ministero rispetto ad altri, ugualmente importanti, che mi erano stati proposti: credo che la formazione delle nuove generazioni sia la sfida più grande».

Letizia Moratti non è cambiata molto rispetto a quando era presidente della Rai. Con buona pace di chi vede come fumo negli occhi la "sussidiarietà" in chiave scolastica, per prima cosa ha cambiato nome a un ministero che oggi è in trincea. "Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca": senza abbreviazioni, per favore, «perché credo siano tre cose assolutamente collegate». Annuncia una riforma che dovrà essere applicata senza traumi, "metabolizzata" da tutte le parti in causa. Ma, a poco più di un mese dalle consegne, ha pronta una relazione programmatica in cui spiega con chiarezza il suo progetto di rilancio della scuola: prima di tutto "pubblica", ci tiene a sottolineare. Dietro tanta passione, ammette, c’è anche la sua esperienza personale di donna e di madre, «perché la nuova scuola che penso di costruire deve ridare, alle famiglie, un ruolo centrale». E i ricordi, "bellissimi", che ha della "sua" scuola, non sono solo ricordi.

«La mia maestra, la signorina Rossi, che adesso è mancata: non si è mai sposata, ha dedicato la vita alla missione di maestra elementare. Con lei io ero sicura e tranquilla perché avevo, anche affettivamente, un punto di riferimento. Poi la mia professoressa di matematica delle medie, Anna Marchetti, che sapeva scendere dalla cattedra e rendere allegra e piacevole una materia non facile da amare. E la mia professoressa di storia dell’arte al liceo, Luisa Cogliati, che per anni ci ha insegnato solo il Rinascimento italiano, su cui aveva una competenza straordinaria, come per dirci: io vi insegno quello che so, quindi vi do il mio sapere. Quando ho scelto il Ministero ho pensato anche alla grande fortuna che ho avuto io».

Qual è la sua idea di scuola e di cultura?

«Io non voglio avere una mia idea di scuola. Vorrei riuscire a creare una scuola nella quale tutti si riconoscano e abbiano pari opportunità. Penso che debba restare fuori ogni forma di ideologia e di condizionamento: la scuola deve aiutare le famiglie a formare persone libere e responsabili che successivamente potranno fare la loro scelta di vita. Noi viviamo in una fase di passaggio del nostro Paese, una fase di grande complessità data dal processo di europeizzazione e globalizzazione, una fase in cui ci sono, purtroppo, polarizzazioni sociali forti. La differenza tra aree più sviluppate e meno sviluppate è un rischio al quale vanno incontro le nuove generazioni. Dobbiamo coniugare solidarietà ed eccellenza, meritocrazia e giustizia sociale: è assolutamente necessario un momento di coesione che passa anche attraverso un momento educativo forte. La scuola può avere un ruolo fondamentale nel supporto al disagio, perché saper trattenere a scuola i ragazzi significa non lasciarli abbandonati nelle piazze».

Si avverte una certa preoccupazione nelle famiglie degli studenti per l’inizio del nuovo anno. Cosa devono aspettarsi il primo giorno di scuola?

«La nostra amministrazione ha una gestione del personale molto pesante. Nel tempo si erano accumulati ritardi nell’immissione in ruolo dei docenti: senza il nostro decreto avremmo assistito a un avvio dell’anno non positivo, con un carosello di supplenze. Siamo in una fase di cambiamento: abbiamo fatto un passaggio per cui l’amministrazione centrale gestisce l’immissione in ruolo. Successivamente, da una certa data in poi, sono i presidi a gestire le supplenze. Già quest’anno spero ci sia un netto miglioramento. Penso che l’inizio dell’anno sarà sempre più regolare e anche l’eventuale applicazione di riforme sarà indolore perché abbiamo un obiettivo chiaro: andare incontro alle esigenze dello studente e delle famiglie».

Lei ha annunciato un processo di semplificazione.

«Dobbiamo attuarlo. Pensi che siamo arrivati ad avere una media di 700, 800 circolari l’anno inviate alle scuole. Si deve mettere mano anche a una riforma normativa di semplificazione, e in questo senso non si può pensare di avere risultati immediati».

Intanto c’è il problema dell’applicazione della riforma dei cicli dell’ex ministro Berlinguer, che ha ricevuto critiche da destra e da sinistra. Si è detto che manca di respiro pedagogico educativo. Lei cosa pensa?

«Per correttezza devo dire che tutti i processi di riforma sono difficili. Noi l’abbiamo sospesa anche perché c’erano problemi di carattere tecnico. Ma il vero motivo è stato il mancato coinvolgimento dei protagonisti della riforma stessa: i docenti, le famiglie, gli studenti. Non abbiamo voluto dare un segnale di blocco: abbiamo subito nominato una commissione di revisione della riforma per presentare proposte che saranno dibattute dagli "Stati generali dell’istruzione" prima di avviare un percorso parlamentare, in tempo per partire già l’anno prossimo. Sui contenuti non voglio dire le mie posizioni: ho visto circa settanta associazioni tra professori, famiglie, scuole statali e non statali. Ho cercato di capire da loro quali fossero i nodi da sottoporre poi alla commissione».

Lei ha annunciato forti investimenti nella dotazione telematica delle scuole: cosa pensa delle famose "tre i" (impresa, Internet, inglese), anche queste ormai trasversali nella cultura di destra e di sinistra? Possono costituire, nella scuola, priorità assolute?

«Per l’Unesco le funzioni della scuola sono "sapere, saper essere, saper fare". La scuola va modernizzata: deve aiutare le persone a creare la loro personalità, ma è una personalità che poi deve inserirsi nella società civile e nel mondo del lavoro: in questo senso interpreto la "i" di impresa. La stessa cosa per Internet: credo sia fondamentale l’introduzione di queste tecnologie intese non tanto come materia di apprendimento, ma in quanto strumento di didattica per aiutare i ragazzi a utilizzare strumenti che sono ormai fondamentali, come pure la conoscenza di almeno una lingua».

Ha cambiato il nome al Ministero: c’è già chi la accusa di voler rovinare la scuola pubblica a vantaggio di quella privata.

«La scuola pubblica in Italia copre il 93 per cento del sistema scolastico: pensare a un’attività che non abbia come obiettivo la riqualificazione massima del pubblico mi pare insensato. Qui vanno concentrati i grandi sforzi. Questo non significa che non si possano creare condizioni che garantiscano libertà di scelta delle famiglie».

Cosa pensa del buono scuola per gli utenti delle scuole private?

«È uno strumento, uno dei possibili strumenti che viene già usato da varie regioni, per esempio il Veneto. Possono essercene altri. L’importante è che le famiglie vengano messe in grado di fare delle scelte libere: non solo tra scuola pubblica e scuola privata, ma anche tra diverse scuole pubbliche, senza l’obbligo, per esempio, di scegliere la scuola più vicina. Questo è perfettamente in linea con quanto avviene negli altri Paesi. È giusto che ci sia un sistema integrato statale non statale, ma la grande sfida è quella della riqualificazione complessiva del sistema».

Il suo giudizio sulla scuola pubblica: quali le aree eccellenti e di degrado?

«Intanto voglio dire che anche nelle aree di degrado sociale ci sono docenti straordinari: generalizzare è pericoloso. Credo che un’area sicuramente di eccellenza del nostro sistema scolastico sia l’area delle scuole elementari, l’area in cui siamo forse più deboli è quella della formazione professionale, che in altri Paesi rappresenta un secondo canale di pari dignità. Dovremo dedicare a questa una speciale attenzione. Inoltre la tradizione formativa del liceo classico è sempre stata di eccellenza: in questi anni spesso si è perduta. Si tratta a questo punto di recuperarne la sostanza e la forma e di estenderla, possibilmente, a tutti gli studi secondari».

Ci sono in cantiere progetti fondamentali per il corpo docente. Agenzia esterna di valutazione, Codice deontologico. Si arriverà finalmente a uno stato giuridico capace di ridare dignità anche economica alla categoria?

«Sì, senz’altro. Credo si debba arrivare a creare attorno alla figura dei docenti una configurazione di percorsi che possano essere coerenti con le loro capacità. Di modo che l’insegnante abbia la consapevolezza del ruolo importante che svolge».

Questa agenzia dovrebbe arrivare a definire insegnanti di serie A, B e C?

«In Francia è così, ma io penso a qualcosa di diverso. Si tratta di valutare il sistema scolastico nel suo complesso e il livello di apprendimento dei ragazzi: è ovvio che misurare questo significherà anche valutare gli standard di prestazione del servizio. Ma la valutazione va intesa come strumento di miglioramento, non in modo punitivo».

Niente a che fare col "quizzone" di Berlinguer?

«No, nel modo più assoluto, il nostro progetto di valutazione vuole accompagnare l’innalzamento qualitativo della scuola. Il Codice deontologico fa parte dello stesso disegno. Purtroppo ci sono stati casi di insegnanti con comportamenti deontologicamente non corretti, e questo non è accettabile».

Il Codice deontologico è collegato al suo disegno di decentramento territoriale: fino a che punto si svuoterà l’attuale struttura del Ministero?

«Il Ministero manterrà un ruolo fondamentale di indirizzo e di controllo. È quello che sta avvenendo in tutti i Paesi europei, per avvicinare l’amministrazione alle esigenze delle persone cui è rivolto il servizio. Pensiamo anche a dei "curricula" nazionali che aiutino le nuove generazioni a mantenere forte il senso della storia e dell’identità nazionale: costituiranno la parte più importante del complesso, poi si potranno aggiungere materie più vicine alle tradizioni locali, che sono altrettanto forti nel Paese. D’altra parte anche Giovanni Gentile nella sua riforma aveva chiaro questo rapporto tra centro e periferia dal punto di vista dei programmi».

Quindi non dobbiamo temere una scuola del Sud diversa da quella del Nord.

«Sarebbe assurdo, anche se c’è qualche esempio in Europa che va in questo senso. La Germania è un modello da non seguire assolutamente».

Per quanto riguarda l’Università, lei ha annunciato maggiori investimenti nella ricerca, nel contempo richiama a una maggior presenza didattica.

«Il tema principale dell’Università è affiancare i ragazzi nelle scelte, prima di tutto nella scelta della facoltà, nel momento di passaggio dalla scuola superiore. L’altro momento importante è quello di tutto il percorso universitario, in cui purtroppo i ragazzi sono soli, perché da noi è pochissimo sviluppato il tutoraggio. Sì, abbiamo bisogno di professori che stiano più vicino ai ragazzi, anche nel mondo universitario».

Lei non ha esitato a criticare atteggiamenti "impiegatizi" da parte degli stessi insegnanti.

«Non è responsabilità loro ma dell’amministrazione, che ha finito per appesantire i docenti con attività che li hanno distolti dalla loro attività primaria: bisognerà snellire al massimo le funzioni burocratiche per consentire agli insegnanti di tornare all’insegnamento e alla ricerca».

In certe scuole la Polizia entra coi cani antidroga: si registrano episodi di violenza, anche se lontani dai livelli di altri Paesi. È inevitabile?

«Credo si debba dare all’insegnante e al dirigente scolastico la possibilità di correggere gli errori. C’è un permissivismo che è negativo: credo che l’altra faccia del diritto allo studio sia il dovere. Alcuni comportamenti non devono essere accettati e ai ragazzi, in certi casi, va chiesta maggiore responsabilità: supportandoli, naturalmente, e aiutandoli nei momenti di disagio. Ma le due cose devono essere integrate, altrimenti il rischio è che si accetti tutto: e il "tutto" diventa anche la violenza».

Simonetta Pagnotti

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