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Le ragioni e… i torti di Giorgio Israel

Giorgio Israel ha perfettamente ragione quando sul paginone de “il Giornale” della scorsa domenica, dedicato alla scuola delle competenze, se la prende con “il linguaggio demenzial-burocratico” che a tutt’oggi ha reso impossibile alle cosiddette autorità competenti – o incompetenti, dico io – di esprimersi chiaramente sulla definizione di questa novella “trinità”, come lo stesso Israel la definisce, di conoscenze, abilità e competenze. Scrive ancora Israel: “La legge 169/08 e il dlgs 59/04 impongono che alla scuola primaria e secondaria di primo grado si rilasci allo studente la certificazione delle competenze. Finora tutti i ministri hanno schivato l’incubo proprio perché non si sa come dare una definizione sensata di competenza. Ma l’obbligo incombe, anche perché l’Europa lo chiede, assieme all’introduzione della paletta di metallo per la pizza”.
Fin qui le ragioni di Israel. E’ vero che il nostro ministero in fatto di competenze non ne ha mai masticato molto! E’ dall’anno scolastico 98/99 che i nostri studenti dovrebbero uscire dal nostro secondo ciclo di istruzione con una certificazione delle competenze acquisite – lo vuole la legge 425/97 che ha riformato i nostri esami di maturità – ma ciò non avviene ancora! In dieci anni il nostro ministero non è stato in grado di individuare, definire e descrivere – la sequenza del verbi non è casuale – quali competenze deve avere acquisito lo studente del classico, del tecnico e del professionale, considerando anche i diversi indirizzi di studio. Se poi leggiamo i tre schemi di regolamento del riordino dell’istruzione secondaria di secondo grado, vediamo che l’amministrazione ondeggia tra Profili di uscita dello studente e Risultati di apprendimento senza mai metter mano né a Competenze da certificare né ai necessari Modelli di certificazione. Il tutto è sempre rinviato a…!
Ed è ancora più grave – ed Israel lo sottolinea – che l’amministrazione mascheri la sua incapacità scaricando sulle scuole compiti che a loro non appartengono. Le commissioni di esame della scuola media hanno faticato non poco nella scorsa tornata di esami a produrre certificazioni che, ovviamente, lasciano il tempo che trovano e che, soprattutto, non servono a nulla! In primo luogo perché non sono comparabili, perché certificano competenze diverse, “inventate” dalle singole scuole, in secondo luogo perché il diploma di licenza media non ha più alcun valore formale. Infatti, per norma un nostro studente non può lasciare gli studi se non ha conseguito un titolo entro il diciottesimo anno di età, ed il primo titolo che viene rilasciato nel nostro Paese è la qualifica professionale a 17 anni. Tutto ciò con buona pace della dispersione scolastica che ancora oggi supera il 20%! E che, stando agli “obiettivi di Lisbona del 2000”, nel 2010 dovrebbe attestarsi almeno sul 10%! Per non dire poi che la certificazione del conseguimento dell’obbligo di istruzione decennale, per cui esistono competenze “scritte” dal ministero (dm 309/07) – e che le scuole, quando sarà, dovrebbero certificare – rende formalmente inutili le competenze “inventate” dalle scuole dell’obbligo ottonale!
Ma Israel ha torto almeno su due questioni. Egli afferma che, quando ci accingiamo a dovere scoprire oggi delle competenze, è come se dicessimo che tutto ciò che la scuola ha fatto nel suo passato è monco, perché si sarebbe occupata solo di conoscenze (al limite, potremmo anche dire, solo di nozioni da mandare a memoria) ed avrebbe prodotto solo soggetti provvisti di conoscenze ma incapaci di operare. In effetti non è così, e siamo tutti d’accordo su questo. D’altra parte, non ci sono stati mai esami importanti e/o professionalizzanti che non si fondassero anche sulle cosiddette prove pratiche o su opportuni tirocini! E ciò non accadeva solo all’école politechnique! Ma il fatto è un altro: che oggi la ricerca educativa, e non solo quella, anche tutta la vasta gamma delle neuroscienze, ad esempio, offre a chi insegna strumenti e modalità operative molto più ricche rispetto ad un passato neanche molto lontano. E’ dalla seconda metà del secolo scorso che certe ricerche della psicologia cognitiva hanno interessato anche il campo della scuola, di come “si costruiscono” l’intelligenza e le conoscenze (parole grosse che andrebbero dettagliate meglio, ovviamente). Cognitivisti e tassonomisti si sono cimentati al riguardo. Di qui nacque la cosiddetta pedagogia per obiettivi (Bloom e la sua scuola, Mager, Gagné, De Landsheere e così via). E’ su questa strada, che viene da lontano, che si è giunti, oggi, alla questione delle competenze. Israel cita Morin, ma potremmo citare anche Gardner, Goleman, De Bono Delors e, se si vuole, anche Barman e Augé, solo alcuni tra i tanti che ci aiutano a “mettere a nudo” in questa società così complicata, più che “complessa”, i nostri modi di essere, di pensare, di sentire, di apprendere, di crescere, e così via! Insomma, sono le numerose ricerche che ci suggeriscono come “lavorare” meglio e come mirare più in alto quando si insegna ad apprendere, e che il conseguimento delle competenze – da sempre esistenti, fin da quando abbiamo imparato a levigare la pietra – non può essere lasciato al “caso”, o meglio a modalità obsolete di “fare scuola”, ma, invece, può essere progettato, perseguito, realizzato. E per di più su scale molto più ampie. Fino a qualche decennio fa, se un alunno non raggiungeva le competenze implicitamente richieste, veniva bocciato ed escluso dai processi di istruzione! Oggi, invece, vogliamo allargare al massimo la platea dei competenti, perché la società è diversa e perché tra i diritti fondamentali della persona c’è anche quello dello studio… e per tutta la vita! Oggi abbiamo gli strumenti per garantire a ciascun soggetto di raggiungere il suo personale successo formativo (dpr 275/99, art. 1, c. 2). Che di tali strumenti tutti i nostri docenti non siano ancora forniti è un fatto! Ed è certo che la politica dei tagli non aiuta il nostro sistema di istruzione che, invece, necessita di investimenti, copiosi e ovviamente mirati!
La seconda questione riguarda l’Unione europea e le Raccomandazioni del suo Parlamento. Che l’UE sia un apparato non privo di difetti nessuno può negarlo: certe decisioni sono a volte un po’ assurde e un po’ pretestuose, ma non voglio entrare nel merito anche perché non sono… competente! Occorre però riconoscere che su almeno due questioni che riguardano l’istruzione e la formazione professionale l’UE ha operato correttamente:
a) l’indicazione di un quadro europeo delle qualifiche e dei titoli di studio che consenta a tutti i sistemi di istruzione dei 27 Paesi membri e, soprattutto, ai relativi studenti di allineare i loro diplomi – o le loro certificazioni, se questo termine non disturba Israel – a livelli predefiniti e riconosciuti in tutti i Paesi dell’Unione; ne consegue che ogni Paese è tenuto a dichiarare entro il prossimo 2010, a quale degli 8 livelli indicati dall’UE corrisponde un determinato titolo, a partire dal primo, relativo all’uscita dalla scuola di base, fino all’ultimo relativo alle alte specializzazioni universitarie;
b) l’indicazione di 8 competenze che riguardano l’esercizio della cosiddetta cittadinanza attiva da parte di qualsiasi cittadino europeo all’interno dell’intera UE. “Dato che la globalizzazione continua a porre l’UE di fronte a nuove sfide, ciascun cittadino dovrà disporre di un’ampia gamma di competenze chiave per adattarsi in modo flessibile a un mondo in rapido mutamento e caratterizzato da forti interconnessioni. L’istruzione nel suo duplice ruolo, sociale ed economico, è un elemento determinante per assicurare che i cittadini europei acquisiscano le competenze chiave necessarie per adattarsi con flessibilità a siffatti cambiamenti”: in questi termini si esprime la Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2006. Le 8 competenze chiave che dovrebbero garantire a ciascun cittadino di continuare a “crescere” e a migliorare, aggiornare le sue competenze ed acquisirne di nuove nell’ottica dell’apprendimento permanente sono state recepite dal nostro Paese e costituiscono le competenze di cittadinanza che tutti i nostri cittadini dovrebbero acquisire al termine dell’obbligo di istruzione.
Ovviamente, non voglio menare il can per l’aia e sulle competenze mi sono ampiamente espresso. Poi, per quanto riguarda la definizione dei tre concetti della novella trinità, rinvio al mio Le ‘capacità’ di Maranzana, pubblicato in www.educationduepuntozero.it. Non pecco di superbia, ma ho tentato soltanto di esplicitare la definizione che ne danno le Raccomandazioni europee. Non pretendo di essere nel giusto, ma pretendo che chi si deve pronunciare responsabilmente in materia lo faccia presto e non costringa gli insegnanti a fare i saltimbanchi in questo circo Barnum che le competenze rischiano di diventare!

Roma, 17 novembre 2009
Maurizio Tiriticco

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