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Quando incompetenza e arroganza governano la scuola

La Circolare del Ministro Gelmini dell’8 gennaio 2010, che fissa al 30% la presenza di alunni stranieri nelle scuola riprende una proposta non nuova, già presente nel documento “Indicazioni per l’integrazione degli alunni stranieri nella scuola italiana” dell’anno scolastico 2009/10. Molto è stato detto e scritto su tale disposizione, frutto , da una parte della non conoscenza delle realtà concrete e dall’altra della visione ideologica di fenomeni complessi come l’integrazione. Le scuole sono ancora, nonostante i tagli e gli interventi distruttivi del Ministro, luoghi di resistenza alla banalizzazione del pensiero e alle rappresentazioni stereotipate dei fatti e della realtà.

Le Scuole sanno che l’accoglienza e l’integrazione cominciano nelle classi, dove si apprende a diventare cittadini del Paese in cui si è nati o in cui si è deciso di vivere e dove, insieme alla lingua e alla cultura dei luoghi, si apprendono i diritti e i doveri dettati dalla Costituzione, si praticano quotidianamente le regole del vivere associato, l’amicizia, la solidarietà, l’incontro fra diversi, il confronto (anche attraverso lo scontro!), il piacere di ricercare e costruire insieme percorsi per migliorare la vita di tutti.
I bambini e le bambine, gli adolescenti, le giovani e i giovani saranno tanto più capaci di accettarsi nelle diversità, quanto più avranno preso coscienza delle proprie caratteristiche identitarie e culturali: è diritto di ciascun soggetto essere valutato per i valori,   le caratteristiche della cultura di cui è portatore e per  le competenze che ha saputo e sa conquistare ogni giorno.

Svalutare le identità e mettere gerarchie fra culture non aiuta a realizzare il confronto e ad apprezzarsi reciprocamente.
Quindi: gli studenti provenienti da realtà culturali diverse non costituiscono , per questo fatto,un problema, anzi, se bene accolti e valorizzati, possono costituire una risorsa, perché permettono ai docenti e ai compagni di conoscere altre lingue, altre  realtà storico-geografiche,  repertori letterari  e narrativi diversi, abitudini e  costumi,  tradizioni, religioni ,  nate e consolidatesi in contesti diversi e lontani dal nostro. 
A loro è dovuto l’apprezzamento e l’arricchimento prima di tutto della cultura da cui provengono, con la quale non devono creare cesure e della quale non devono vergognarsi.
A loro  è  dovuta, da parte della scuola, un’attenzione direttamente proporzionale alle eventuali difficoltà o agli  eventuali ostacoli che dovessero creare impedimento all’apprendimento scolastico.
Con la presenza in classe di alunni “stranieri” i docenti sono costretti ad arricchire i contenuti del curricolo scolastico, a superare visioni storico-culturali  eurocentriche, a  rideclinare  i contenuti disciplinari, immettendoli in un orizzonte globale.

Questo non sempre è facile né realizzabile.
Per questo alle scuole e ai docenti dovrebbero essere fornite più  risorse :
•    di organico e di tempo scolastico , per realizzare eventuali percorsi individualizzati per  l’apprendimento della lingua italiana per quegli studenti che arrivino in Italia  con percorsi scolastici già iniziati nei Paesi di provenienza;
•    economiche per arricchire gli scaffali delle biblioteche di testi riferiti alle culture di provenienza degli alunni immigrati, per acquistare programmi informatici di autoapprendimento, per realizzare feste, eventi, incontri, mostre, per favorire visite di istruzione che mettano gli alunni immigrati a contatto con il patrimonio artistico e culturale italiano; 
•    di aggiornamento, per mettere i docenti in grado di conoscere storia, cultura, assetti  istituzionali e politici delle società da cui provengono i propri alunni migranti; 
•    di mediazione culturale, per facilitare le relazioni della scuola nel suo complesso e delle famiglie italiane  con le famiglie immigrate .

C’è poi da dire che  la scuola, da sola, non può realizzare percorsi di accoglienza efficaci.
Occorre che, dove si presentino situazioni di bisogno anche economico, di difficoltà delle famiglie ad inserirsi nei contesti sociali e ambientali di vita, di insicurezza lavorativa, di precarietà abitativa, intervengano le istituzioni e le realtà associative territoriali,  con azioni positive e di sostegno all’integrazione dei nuclei familiari nei contesti sociali.
La scuola è spesso il luogo in cui tali bisogni vengono alla luce ed è un nodo essenziale di un sistema dell’integrazione che deve saper programmare e realizzare azioni in modo   sinergico.
Ma tali interventi non sono realizzati in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale e non esistono vincoli o interventi compensativi a livello statale, nei casi in cui  le politiche territoriali siano carenti o addirittura inesistenti.  

Tutte queste riflessioni sono premesse per affrontare in modo non astratto alcune legittime domande che il Ministro,  ma le stesse Scuole si pongono, di fronte al fenomeno immigrazione che, in Italia, si è sviluppato in maniera più rapida e convulsa, ma certamente  meno sostenuta da interventi  programmati, che in altri Paesi europei.

Quanti alunni “stranieri” può tollerare una scuola, per raggiungere risultati efficaci?
Troppi alunni “stranieri” rallentano gli apprendimenti delle classi?
E’  opportuno raggruppare in ogni classe alunni della medesima provenienza geografico-culturale?
E’ necessario che gli alunni “stranieri”frequentino classi riservate, per l’apprendimento della lingua italiana, prima di essere inseriti  insieme agli altri alunni nelle classi normali? 
Come valutare gli alunni figli di immigrati, senza che vengano penalizzati dalle difficoltà linguistiche o dalle situazioni sociali e d economiche precarie?
Il sistema di votazione decimale, con l’enfasi posta sulla valutazione finale e sommativa ostacola o favorisce il successo scolastico per gli alunni immigrati?
Come orientare alla continuità del percorso scolastico  alunni per i quali non c’è certezza di permanenza sul territorio italiano (figli di clandestini o divenuti tali per perdita del contratto di lavoro, figli di persone in attesa di regolarizzare la situazione dei permessi di soggiorno o del riconoscimento di diritto d’asilo..)?
Come garantire la necessaria serenità a bambini, adolescenti, giovani, per i quali il futuro è incerto e a rischio di espulsione o di trasferimento?

Sono domande alle quali non si possono dare risposte centralizzate e legate ad astratte percentuali, sganciate da riferimenti alla concretezza delle singole situazioni,.

Nessuna scuola è, ovviamente, interessata a raggruppare tutti gli alunni stranieri in un’unica classe.

Tutte le scuole sono consapevoli che l’integrazione è tanto più efficace, quanto nella classi si incontrino alunni di diversa provenienza, con un numero mediamente alto di alunni Italiani . 
Individuare tetti massimi può sembrare opzione utile, se non si rivelasse, in molte situazioni, disposizione inapplicabile e quindi astratta o puramente teorica.
Se, ad esempio, in un piccolo centro vi sono sezioni uniche di scuola primaria e gli iscritti sono in maggioranza figli  di immigrati, che cosa si fa? Si chiude la scuola e si trasferiscono tutti i pochi alunni di quel Paese o di quella frazione,italiani e immigrati, in altra scuola di altro paese?
E se in una periferia urbana i nati sono in maggioranza figli di migranti, per situazioni abitative  non governate dalle amministrazioni locali, cosa si fa: si chiudono sezioni? Si costringono i migranti a trasferire in altra scuola i propri figli? E in questo modo non si differenziano i diritti dei bambini fra quelli delle famiglie italiane, libere di iscrivere dove vogliono o i propri figli e quelli delle famiglie migranti, costretti a scelte decise altrove?

E chi deciderà,  e sulla base di quali criteri,  quali alunni trasferire in altre scuole?
Tale decisione potrà essere imposta alle famiglie immigrate?
Le scuole di bacino potranno rifiutare alunni stranieri in esubero rispetto al tetto, inviandole in altre scuole o sarà a loro carico, comunque, lo smistamento in altre istituzioni scolastiche? 
Quale ruolo giocheranno gli enti locali? Quali e quante risorse saranno loro assegnate per coprire l’onere dei trasporti?
E se alcune sezioni, perdendo alunni stranieri divengono sottodimensionate, cosa si fa? Si sopprimono sezioni e scuole, a discapito anche dei residenti italiani?
E nel caso di Istituti in cui, per collocazione territoriale e per tradizione ormai consolidata, la percentuale di immigrati superi quella prevista dal Ministro , ma nelle quali il corpo docente abbia consolidato pratiche organizzativo-didattiche di eccellenza, apprezzate da tutti i genitori, italiani e non, cosa si fa? Si chiude comunque l’esperienza, anche se di successo, senza effettuare verifiche, ma solo riferendosi a percentuali fissate a viale Trastevere?
In molti di questi casi  il Ministro sa che verrebbero eliminate esperienze di alta qualità,  che sono state  oggetto di ricerche, di studi e   di  pubblicazioni.

Il Ministro sa anche come la scuola, nel suo complesso, non abbia apprezzato la proposta di classi riservate per alunni stranieri per l’apprendimento dell’italiano, ma come le stesse abbiano rilanciato la richiesta di un organico funzionale che  permettesse di realizzare, nell’autonomia delle diverse situazioni, percorsi individualizzati o per piccoli gruppi, attività di laboratorio espressivo e psicomotorio,  di rinforzo delle diverse competenze linguistiche, orali e scritte,   in spazi di tempo dedicati, all’interno dell’orario scolastico e  delle classi di appartenenza degli alunni.
Se il Ministro ascoltasse le scuole, le docenti e i docenti, che sono, in molti casi, competenti e concreti (non “buonisti” e “idealisti” come li  descrive spesso la Lega!), capirebbe che per integrare è molto più utile creare situazioni di relazioni e scambi comunicativi, di gioco, di ricerca e di lavoro di gruppo, piuttosto che sottoporre gli alunni ad  aride esercitazioni solitarie. 
E che per operare in tal senso ci vogliono tempo, spazi, sussidi, predisposizione degli ambienti, numero di alunni per classe non troppo alto, lavoro adulto di programmazione dei percorsi, confronti e riflessioni all’interno dei team (non si opera in solitudine sulle situazioni complesse!), mediatori culturali dai quali apprendere informazioni e con i quali interagire nelle classi.

La partita che si gioca oggi in questo nostro Paese che imbarbarisce e rischia la xenofobia e il razzismo è veramente complessa.
Nei periodi di crisi economica è facile rinchiudersi nei piccoli egoismi e trasferire i problemi sui diversi, visti come  capri espiatori delle situazioni di difficoltà.
Dall’incitamento a combattere la povertà dando addosso ai più poveri e invocandone i respingimenti, si può facilmente passare alla guerra e alla violenza incontrollata ed esasperata di tutti contro tutti : Rosarno (ma non solo)  insegna.  
Per questo la  società tutta  dovrebbe  essere molto attenta ai messaggi   che vengono dalle Scuole, dalle docenti e dai docenti e che parlano di normalità dell’accoglienza e dell’incontro, di bisogni comuni, di reciprocità, di ricerca di valori condivisi, di confronto pacato e rigoroso, di regole da scoprire ed accettare, non da imporre.
(Si guardi con quanta compostezza e concretezza le insegnanti abbiano reagito a Roma e a Milano alla distruzione degli insediamenti abusivi dei rom, realizzati dai Comuni, senza che alle comunità rom fosse offerta una alternativa: solo le scuole, le insegnanti, alcuni volontari e , a Milano, il Vescovo hanno saputo esprimere e praticare la solidarietà che va data comunque alle persone che sono tali, prima ancora di essere “abusivi”, “clandestini”, “indesiderati”!)
 La società, le forze democratiche, le Istituzioni territoriali  dovrebbero avvolgere di cure gli operatori scolastici e valorizzarne gli sforzi, investire sui luoghi dell’apprendimento, renderne visibili i prodotti e i percorsi.

Cosa  fa, invece,  il Ministro Gelmini?
Taglia ferocemente risorse,  riduce i tempi scolastici, elimina i tempi di cosiddetta “compresenza” mediante i quali è stato possibile, soprattutto nella scuola primaria, realizzare percorsi individualizzati di apprendimento, esprime giudizi pesanti sui docenti e le docenti, la loro professionalità e il loro complessivo stato d’animo (frustrati! poco competenti!), addita al pubblico   lo “straniero” come un problema, nel momento in cui esaspera le difficoltà  delle scuole e propone soluzioni speciali e fuori della norma solo per bambini e adolescenti immigrati.

Il Ministro dice nella trasmissione di Lucia Annunziata, domenica 10 gennaio,  che il provvedimento del tetto e la proposta di trasferire in altre scuole gli alunni stranieri sono  state attentamente studiate e ragionate e che le stesse non creeranno  discriminazioni, poiché hanno come finalità quella di garantire la qualità della scuola pubblica, che va migliorata,  per evitare che i cittadini si rivolgano alla scuola privata.
Strana affermazione, da parte di un Ministro che taglia risorse alla scuola pubblica , mentre restituisce finanziamenti alla privata e che si guarda bene dall’imporre alla scuola privata obblighi e condizioni, nello stesso momento in cui le destina i finanziamenti!
“Non succederà nulla di negativo,”-afferma il Ministro- “d’altra parte, anche il maestro unico sembrava un disastro per la sinistra, ma non è stato così”
Di grazia, ma con chi si è confrontata il Ministro, prima di stabilire il tetto del 30%?
Da  quali e quante  scuole, da quali e quanti docenti, sulla base di quali e quante verifiche  ha tratto un giudizio positivo sul maestro unico?
Si è misurata con l’enorme frustrazione di docenti sempre più affaticati, costretti ad intervenire su più classi in parte come maestri e maestre “uniche”, in parte come tappabuchi per allungare l’orario scolastico o effettuare sostituzioni di colleghi e colleghe assenti?

Il Ministro dice e poi, parzialmente, ritratta.
“Stranieri” non sono gli alunni, figli di immigrati, nati in Italia.
E poi,  i bambini che parlano bene l’italiano  non rientreranno nel tetto.
E ancora, la disposizione potrà essere applicata con alcune flessibilità dagli Uffici scolastici regionali.
Che grande confusione!
Quanta disinvolta leggerezza!

La soluzione alla presenza troppo alta di stranieri in alcune scuole non può che essere affidata ai territori stessi, alla programmazione flessibile, al dimensionamento della rete scolastica.
Si può, ad esempio, prevedere di costruire istituti scolastici con plessi contigui di scuola primaria e secondaria di I grado, in cui le scuole stesse possano distribuire in modo più equilibrato  gli alunni italiani e stranieri .
(Era questa  la soluzione indicata dalla rete delle scuole del Municipio VI di Roma, per risolvere il “caso” della scuola “Pisacane” , costruito ad arte da parlamentari del PDL a Roma, alla  quale invece il Comune ha opposto la costituzione di un Istituto Comprensivo che aggiungerà la elementare “Pisacane” alla media “Pavoni”, altra scuola ad alta concentrazione di alunni stranieri. In tal modo si creerà  il Comprensivo a più alta concentrazione di stranieri del territorio, senza risolvere il problema “Pisacane”, non potendosi  effettuare  osmosi con altra scuola elementare.
Sono queste le soluzioni promosse dalla destra che esaspera anziché risolverli, i problemi!)

Si può, altro esempio, arricchire l’offerta formativa dei singoli Istituti, (più tempo pieno, più lingua straniera,   apertura pomeridiana con offerta di laboratori, teatro, attività sportive  ecc) così che essi diventino attraenti anche per l’utenza italiana e richiamino iscritti anche non di bacino 
(E’ questa la soluzione realizzata dalla scuola “Di Donato “ di Roma, ma anche da scuole della periferia di Milano, di Firenze, di Torino, considerate “storiche” rispetto all’integrazione di alunni stranieri che effettuano ormai da decenni, con buoni  risultati)

Si possono prevedere situazioni logistiche ottimali (edilizia rinnovata, spazi per attività all’aperto e sportive, “campus” con contiguità di diversi ordini e gradi di scuola, sperimentazione di attività all’aperto, trasporti per alunni le cui famiglie ne facciano richiesta ecc) e  un organico funzionale rinforzato e garantito nel tempo medio lungo, per percorsi  sperimentali di integrazione e scambi culturali con i Paesi di provenienza della maggioranza degli alunni stranieri.
(Questa fu, per molti anni, la scelta della Scuola Media “Mazzini” di Roma, dove si realizzavano annualmente viaggi e scambi epistolari  con città della Cina da cui provenivano molti degli alunni iscritti della comunità cinese romana e dove , contemporaneamente, ci si era specializzati nell’integrazione di alunni non vedenti, inserendo l’apprendimento del “Braille”  nel  curricolo ordinario di tutti gli alunni. Quella scuola, sperimentale per molti anni, veniva scelta dalla borghesia romana per l’eccellenza e l’originalità dell’offerta formativa  ) 

Come si vede, ogni possibile soluzione va adattata alle situazioni, alle risorse, alle potenzialità che ogni Scuola presenta.

In ogni soluzione, però, non si può prescindere dall’investimento di risorse adeguate, costanti e non   legate a progetti straordinari, erogati una tantum.
Quanto di più lontano da disposizione rigide e decise al centro!
Quanto di meno  velleitario ed ideologico che affidare alle sole parole la soluzione dei problemi.
Quanto di più lontano dalla povertà ,  dai tagli e dai risparmi imposti alla scuola italiana  dai Ministri  Tremonti e Gelmini.

(Per assimilarsi alle disposizioni ministeriali, anche il Comune di Roma ha pensato bene di indicare 5 alunni  come tetto massimo di stranieri  per ogni classe di  scuola dell’infanzia comunale, suggerendo, peraltro, di raggruppare alunni della stessa provenienza linguistica. Davvero al ridicolo non c’è fine! Poiché la disposizione è quasi impraticabile, in molti Municipi romani, suppongo che gli Uffici Scuola non ne terranno conto.) 

*Simonetta Salacone - dirigente scolastica della scuola “Iqbal Masih” di Roma

su http://www.sinistra-democratica.it/quando-incompetenza-e-arroganza-governano-la-scuola

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