La volontà


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La volontà


Come ben si sa i punti di vista dai quali si osservano e giudicano gli eventi sono molto numerosi. Se rifiutiamo l’idea che qualcuno fra gli esseri umani possegga il dono della verità dobbiamo accettare che siamo immersi in un mondo di verità relative. La cosa generalmente ci spaventa, nei testi scientifici il termine "relativismo" è usato per indicare una iattura, pare ci tolga il terreno sotto i piedi e ci faccia sentire "soli" con le nostre ragioni. Alla fine di queste pagine vedremo però che si tratta di una solitudine semplicemente raccontata e che esplorando un po’ la foresta dei punti di vista relativi ci imbatteremo in interessanti spiegazioni su che cosa sia la volontà, quella strana forza che ci renderebbe coerenti e capaci di raggiungere le nostre mete.

Accettiamo quindi, per ora solo provvisoriamente, l’idea che viviamo in un mondo di verità relative, potremmo quindi affermare che gli esseri umani conoscono il mondo soltanto interpretandolo, e che lo stesso ambiente può essere visto in un numero molto alto di modi, a seconda delle modalità interpretative.
Questa possibilità venne chiamata da George Kelly "Alternativismo costruttivo". Costruttivo perché il modo col quale interpretiamo la realtà ce la fa sembrare "vera" e quindi la nostra azione interpretativa è anche una azione di costruzione di ciò che sperimentiamo. Alternativismo perché il nostro punto di vista può essere sostituito a pieno diritto da altri punti di vista.

Ora alcuni dei modi interpretativi che utilizziamo ci permettono di costruire una realtà funzionale ai nostri bisogni adattivi, altri non ci riescono. A complicare le cose sta il fatto che, proprio perché immersi in una verità relativa, noi cerchiamo di interpretare ciò che sperimentiamo per dargli dei significati, ma questi devono essere condivisi anche dagli altri. Più i significati sono condivisi, più ci sentiamo parte del genere al quale apparteniamo. Va da sé che l’insieme di ciò che va interpretato comprende anche noi stessi.
Due sono quindi le nostre attività vitali nel processo di esperienza del mondo:

  1. interpretare ciò che ci sta attorno e ciò che è in noi stessi per
  2. fornirne significati condivisi e/o rinegoziarli.

Che strumenti utilizziamo per interpretare il mondo, classificare ciò che vediamo e percepiamo e fare quindi ordine nel caos di sensazione nel quale siamo immersi?
Fra mille modelli (ipotesi sulla "forma" di tali strumenti) potremmo scegliere quello proposto sempre da Kelly: i costrutti personali. Questi sono i modi attraverso i quali interpretiamo il mondo I costrutti hanno lo stesso ruolo che per gli scienziati hanno le leggi fisiche: servono a predire ciò che avverrà.
Infatti tramite i costrutti anticipiamo gli eventi utilizzando il ricordo di caratteristiche e situazioni, che già altre volte abbiamo visto in passato e che sono simili a quelle che immaginiamo o constatiamo nel presente. (Harrè, Gillet, la mente discorsiva)

A questo punto la cosa comincia a farsi davvero molto complicata! Il passato ci va anche bene, è nei libri e un po’ anche in quello che si guarda. Ma il futuro, come si può vedere il futuro? Tu, mamma , ci riesci? [...]
-Se metto una biglia sopra un tavolo e poi inclino il tavolo, sapete dirmi in anticipo cosa succederà?
-La biglia rotolerà.
-Ebbene, citrulloni, ciò si chiama semplicemente vedere nel futuro.
Esistono individui che sanno guardare molto lontano, ma noi tutti possiamo prevedere un poco il futuro.
(Moitiesser B., 1994)

E, in termini meno coinvolgenti:

"Ogni persona dà differenti interpretazioni delle cose a seconda che trovi utile paragonarle ai contenuti di questa o quell’altra esperienza del proprio passato e, sulla base di queste concettualizzazioni, programma le sue interazioni future con queste cose, persone, situazioni.
(Gillet G., Harrè R., 1996)

Le nostre interpretazioni dunque, e di conseguenza le nostre previsioni di ciò che accadrà devono il più possibile esser condivisibili dagli altri, e ciò significa implicitamente che il terreno di verifica della nostra normalità è necessariamente il terreno della comunicazione, è qui che confrontiamo le nostre interpretazioni e le nostre previsioni con quelle altrui, è qui che cerchiamo di conquistare l’altro alle nostre idee, perché solo se non siamo i soli a pensarle possiamo aspirare alla normalità, traguardo che forse è il vero motore dell’umanità in questi confusi anni.

Dovrebbe essere abbastanza facile ora accettare questa conclusione: tutta la realtà che condividiamo con gli altri è una realtà comunicativa, è fondata cioè sul fatto che anche gli altri comunicando con noi forniscono le stesse interpretazioni e le stesse previsioni. Ora , pensare che tutta la nostra realtà è soprattutto una realtà comunicativa, ci fornice un formidabile strumento di analisi di ciò che accade, ci consente di porci per qualche istante al di fuori del palcoscenico della comunicazione e di guardare con distacco dal loggione.

Scena:
Uno studente , dopo alcuni mesi di sofferenza e di insuccessi scolastici, trova la forza di dire ai genitori di non esser portato per lo studio e di sentirsi un fallito.

Se voi foste i genitori sareste a questo punto coinvolti da questo problema e comincereste a discutere su che cosa fare: cercare un aiuto? Interrompere gli studi ? Mostrare solidarietà col ragazzo? Rimproverarlo? Incoraggiarlo ? Inveire furibondi? ecc.

Ma , osservando le cose dal "loggione" potreste ora dire"Ciò che stiamo "osservando" non è l'incapacità di un ragazzo di seguire il corso di studi iniziato, è soltanto la comunicazione della sua incapacità e di un fallimento."

Non esiste nella realtà l’oggetto "fallimento", esiste una comunicazione che dichiara fallito un percorso formativo, ed è su questa comunicazione che bisogna ulteriormente indagare, per capire a chi è destinata, perché è ritenuta conveniente, quali vantaggi ci si aspetta dal fallimento ecc. La comunicazione tende infatti a produrre negli altri interpretazioni e previsioni simili alle nostre.

Possiamo toccare ora il termine a titolo di queste pagine, usatissimo dal senso comune e sempre carico di effetti di realtà: la volontà.
Si può ora agevolmente comprendere che la volontà non è un oggetto, ma una convenzione linguistica. Si comunica di avere volontà, non si ha volontà.
Riterremo allora volonteroso ciò che è adeguato al nostro costrutto relativo alla volontà. Chi vorrà essere volonteroso, dovrà apparire tale, dovrà mettere in atto processi accurati di ricerca su ciò che si intende per "volonteroso".
Possiamo quindi esprimere queste considerazioni conclusive:

Volonterosi si impara ad essere, e lo si può imparare una volta scelto (consapevolmente o no) il gruppo culturale dal quale si vogliono i riconoscimenti. Sarà infatti quel gruppo a decidere che cosa abbia attinenza con la volizione.
La persona che è ritenuta volonterosa si è servita , per apparire tale, di una sorta di intelligenza sociale: come il politico sa cosa occorre dire per conquistare il suo pubblico, così il volonteroso sa cosa mostrare per apparire tale ad un determinato tipo di pubblico.
Questa specie di intelligenza, questa necessità di sondare e riconoscere le esigenze del "pubblico" vale per tutti i campi, Aristotele applicò questo concetto al bravo oratore:

Poichè la funzione del discorso è in certo modo quella di guidare l’anima, chi intende diventare oratore bisogna che conosca quante specie di anima ci sono. Ora , esse sono tante e di tale natura diversa che gli uomini sono chi di un carattere e chi di un altro. E in più, a questi tipi così catalogati, corrispondono tanti e tanti tipi di discorsi, ciascuno diverso. Di qui un certo tipo di uditori rimarrà facilmente persuaso da un certo tipo di discorso a fare certe cose e per certe ragioni, mentre un altro tipo rimarrà indifferente.

Ma che cosa succede quando i costrutti che un individuo ha messo a punto non riescono ad anticipare gli eventi? Non sono condivisi dagli altri, non hanno cioè lo stesso significato e lo stesso valore , per gli altri, che l’attore vorrebbe loro dare? Esaminiamo alcune delle numerose possibilità:

Si vuole essere volonterosi, ma si è consapevoli di non avere ancora imparato a farlo
Si vuole essere volonterosi e non si è consapevoli di non avere ancora imparato a farlo
Si vorrebbe essere volonterosi, ma se lo si diventasse, si andrebbe incontro ad implicazioni del tutto spiacevoli.
Si vorrebbe essere volonterosi , ma non si sa come impararlo perché mancano esperienze precedenti e non si possono fare anticipazioni.
Si vorrebbe essere volonterosi, ma il costrutto "volonteroso" sfugge di mano e diventa incontrollabile
esamineremo questi casi uno per uno.

Si vuole essere volonterosi, ma si è consapevoli di non avere ancora imparato a farlo.
Qualcuno vorrebbe mostrarsi volonteroso , ma non ha imparato a mostrarsi tale. Se ne è consapevole accentua la sua ricerca per la scoperta e l’apprendimento delle regole di comportamento del perfetto "volonteroso". Siamo qui di fronte a qualcuno che sta per mettere in opera un cambiamento e sta per diventare una persona volonterosa. Se ricordiamo che la realtà di cui si parla qui è una realtà narrata, ci sarà chiaro che volersi mostrare volonteroso senza avere imparato a farlo non significa "mentire", ma iniziare a fare ciò che si fa per apparire volonterosi, mettersi al lavoro per questo scopo.
Nella realtà narrata ogni azione è semplicemente un mostrare qualcosa , un comunicare e narrare a se e/o agli altri.
Questo è il caso in cui è inutile ogni intervento, se chiamiamo le fasi in altro modo tutto diventa chiaro: Volersi mostrare volonteroso e sapere di non esserlo ancora non è altro che il manifestarsi di un problema, e un problema rappresenta sempre una discrepanza fra ciò che si vorrebbe e ciò che si ha. I problemi si risolvono agendo.
Questo caso rappresenta dunque una situazione di grazia e di fortuna, ragionare in questo modo ci semplifica la vita. Così ragionano quei ragazzi che semplicemente si impegnano nello studio e hanno successi scolastici. I nostri sforzi di educatori potrebbero riconoscere in questo stato la condizione ideale, quella cui condurre e mirare i nostri sforzi educativi. Purchè questo sia il nostro problema.

Si vuole essere volonterosi e non si è consapevoli di non avere ancora imparato a farlo. Carlo, diciassette anni, frequenta il liceo scientifico con molte difficoltà. Vorrebbe mostrarsi volonteroso, non ha però imparato a mostrarsi tale e non ne è consapevole. Come è possibile questo caso?
Riteniamo che spesso l ’ "errore" stia nel tipo di pubblico a cui dedica la propria recitazione. Al variare del tipo di pubblico come abbiamo visto, variano le attese.
La commedia di Show, "Pigmalione" è una brillante illustrazione del passaggio da un pubblico ad un altro.

E’ facile capire che se i giudici di quanto si studia sono gli amici di gioco, i compagni del gruppo, si potranno riscontrare alcune discrepanze con i giudizi degli insegnanti.
Quando sono posto di fronte alla variabilità dei criteri con i quali gli esseri umani valutano le loro azioni mi torna sempre a mente un dialogo avuto molti anni fa con un ragazzo detenuto in un carcere minorile:

-Ehi, Masoni, io ti ammiro
-Sì?, e perché?
-Perché sei un non violento, anch'io sono un non violento
-Bene !
-Perché quando io sto menando qualcuno, appena cade per terra o sanguina, smetto di pestarlo...

Allo stesso modo un ragazzo di un istituto tecnico mi diceva:

-Io non è che non studio, studio un casino, ma la scuola va male lo stesso
-E quanto studi in media al giorno?
-Una mezz'ora, a volte anche un'ora.

Si tratta di casi abbastanza semplici: sono i tipici casi in cui è necessario fornire al ragazzo un metodo di studio oltre alla conoscenza che il tempo impiegato per la scuola deve essere maggiore.

Abbiamo avuto tutti l’esperienza di osservare qualcuno ritenuto precedentemente un fannullone, farsi in quattro per un certo tipo di azioni che giudichiamo assolutamente insignificanti o indegne di quella fatica. Quando lavoravo in un carcere minorile ascoltavo con stupore quanto lavoro implichi per dei "professionisti" il furto di una macchina su richiesta del ricettatore: supponete che questi abbia chiesto al ragazzo "specialista" di procurargli un fuoristrada Toyota rosso, il ragazzo passerà molte ore e anche qualche giorno per trovare una macchina adatta, la seguirà per controllarne l’impianto antifurto, organizzerà poi il colpo lavorando per una buona mezz’ora per rendere inutilizzabile l’impianto antifurto, poi la guiderà per la città schivando percorsi sospetti e macchine della polizia, infine la consegnerà al ricettatore per una cifra irrisoria.
Questo lavoro , motivante forse perché redditizio, non pare stancare il nostro ragazzo , ho conosciuto ragazzi di diciassette anni che mi hanno detto di aver rubato su ordinazione circa duemila auto.
Questi stessi ragazzi trovavano insopportabilmente faticoso leggere più di tre righe di un libro o eseguire una moltiplicazione con numeri di due cifre.
Forse perché non l’hanno mai fatto? Non è semplicemente così.
L’approvazione del loro gruppo e dei loro boss è di gran lunga più importante per loro della nostra approvazione.
In una situazione di questo tipo si trovano anche quei ragazzi che hanno una sete di capire e di sapere che la scuola, condizionata da una media ritenuta un valore assoluto, rifiuta o non sa riconoscere e approvare. Molti studenti dalle capacità eccezionali si trovano male a scuola per questa ragione.

Si vorrebbe essere volonterosi, ma se lo si diventasse, si andrebbe incontro ad implicazioni del tutto spiacevoli.
I costrutti non sono entità vaganti liberamente nel pensiero delle persone, essi stanno in rapporto tra loro e sono inseriti in gerarchie: sono cioè spesso implicati da altri costrutti o implicano altri costrutti. Mettere in luce queste gerarchie non è difficile.

Immaginiamo di avere già precedentemente elicitato i costrutti più utilizzati da un ragazzo relativamente al mondo della scuola e alle sue concezioni in proposito, ora dovremmo rintracciare tutti i costrutti che hanno rapporto con l’idea di volontà o di volonteroso.
Non è difficile , anzi è altamente probabile che il ragazzo abbia usato costrutti relativi alla volontà per descrivere le caratteristiche di alcuni personaggi proposti per la elicitazione dei costrutti.(Possiamo anticipare che la stessa tecnica può essere utilizzata per i costrutti relativi all’attenzione e alla memoria) Supponiamo quindi che esista, fra quelli elicitati, il costrutto:br>
Che è volonteroso / che non ha voglia di far niente

E supponiamo naturalmente di aver di fronte proprio un ragazzo che si riconosce nel polo "che non ha voglia di far niente". Gli chiederemo allora:

"Se ti svegliassi una mattina e ti accorgessi che sei diventato una persona volonterosa, cioè che rispetto alla volontà hai ora caratteristiche opposte a quelle che avevi prima, quali altri costrutti cambierebbero? In altri termini, il cambiamento da una parte all’altra del costrutto volontà provocherà dei cambiamenti prevedibili anche in altri costrutti?"

Si inviterà il ragazzo quindi a far passare ogni costrutto per immaginare se esso resterà tal quale o cambierà polarità in seguito al cambiamento del costrutto relativo alla volontà.

L’osservazione di ciò che accadrà sarà semplice e utile:

Se molti altri costrutti saranno cambiati ( se sarà cambiata cioè la polarità ritenuta prima più descrittiva) ciò significherà che il costrutto relativo alla volontà è un costrutto altamente sovraordinato: il suo cambiamento sarà difficile perché nell’istante in cui avverrebbe il cambiamento molte altre cose dovrebbero o potrebbero cambiare. Alcune di queste cose possono apparire così sgradevoli da inibire la messa in atto del processo di cambiamento al livello superordinato.

Nella terza C tutti sanno che cosa vuol dire avere buoni risultati a scuola, tutti sanno che occorre impegnarsi in un certo modo per poter poi avere un buon risultato. Gianni però sembra incapace d impegnarsi e di avere un buon risultato.
Conducendo con lui una ricerca sulle implicazioni scopriamo che se diventasse volonteroso troverebbe normale un cambiamento nel costrutto relativo al sesso e all’educazione, scopriamo cioè che è fortemente radicata in Gianni la convinzione che mostrarsi volonteroso è da femminucce.
Questa fu, alla fine, la sua risposta:

Chi studia e si comporta in modo volonteroso ed educato in classe è una femmina, un frocio, io troverei insopportabile essere un frocio.

Il rimedio a questo stato di cose, una volta raggiunta la chiarezza sui termini del problema e sui costrutti del ragazzo, non sembra difficile , occorre un lavoro di informazione , corredato da esempi e da esperienze di successo (In riferimento ovviamente ai "valori" del ragazzo.Per es. un elenco dei ragazzi che vanno bene a scuola, che sono educati e lavorano con costanza e tuttavia non sono affatto omosessuali), che mostri al ragazzo che la sua ipotesi di correlazione fra l’omosessualità e il successo scolastico non ha alcun fondamento "scientifico".

Si potrebbe naturalmente anche procedere sull’altro versante del problema , cioè insegnare al ragazzo che non c’è nulla di male nell’essere omosessuali, ma, avendo poco tempo a disposizione, il rifiuto sociale nei confronti di questa posizione è così forte, malgrado le lotte dei gay, da rendere vana questa scelta.

Si vorrebbe essere volonterosi , ma non si sa come impararlo perché mancano esperienze precedenti e non si possono fare anticipazioni.
Se ci dicono che dovremmo impegnarci un po’ di più in quello che stiamo facendo, alla maggioranza di noi il significato di questa richiesta appare assolutamente chiaro: che noi poi ci si impegni di più o si ignori la richiesta, noi sappiamo che cosa vuol dire impegnarsi. Lo sappiamo perché l’abbiamo sperimentato molte volte nella vita. Come questa ragazza:

- Non riesco nella scuola , proprio non ho voglia di studiare, è una cosa che non sopporto
- Da quanto tempo?
- Da quando ho finito le medie , prima mi piaceva studiare e andare a scuola
- In quell'epoca riuscivi a impegnarti?
- Sì, andavo volentieri a scuola , studiavo, facevo sempre i compiti a casa...

Molto diversa è invece la risposta di questo ragazzo, uno dei tanti incontrati durante gli anni in cui conducevo uno sportello di consultazione psicologica nella scuola:

- Come va?
- Bene
- Qual è il problema?
- Non è che tengo un problema
- Beh, perché sei qua, non che occorra avere un problema , ma la maggioranza dei ragazzi che mi chiedono un aiuto lo fanno per poter risolvere un problema
- Sì, che sono un tipo un po' nervoso
- In che senso?
- Quando sono con la ragazza....
- Beh?
- Eeeeh...divento cattivo
- Quando in particolare diventi cattivo?
- Non so....tante volte
- Mi puoi fare un esempio recente?
- Come recente?
- Recente vuol dire che ti è successo poco tempo fa...l'ultima volta che ti sei arrabbiato
- Domenica...sono andato al parco , con la mia ragazza, siamo passati di fianco a un gruppo e uno l'ha toccata...
- E allora?
- E allora minchia gli ho spaccato il naso, era pieno di sangue , la mia ragazza mi tirava via, piangeva....poi mi ha detto che non vuole più uscire con me....poi...c'è anche la scuola
- Cosa c'è a scuola
- Eeeeh, va male
- In che cosa vai male?
- In tutto
- Pensi che ti boccino?
- Mi hanno già bocciato...l'anno scorso
- Secondo te vai male perché non ti impegni, non studi o per altre ragioni?
- Ma, non lo so...che ddevo fare?
- Studi a casa?
- No, io il pomeriggio esco
- Ma non studi mai?
- No, sto fuori
- Non hai mai studiato?
- No
- Vediamo se ci capiamo....sai cosa vuol dire studiare?
- Essì
- Cosa vuol dire?
- Leggere
- E fare i compiti?
- Scrivere
- Con gli insegnanti come va?
- Dicono che parlo, che faccio casino
- Hanno ragione?
- Sì, ma che devo fare?
- Beh, secondo te qual è il tuo problema nella scuola?
- E che ne saccio!

Che succede quando, come nel caso appena visto, i costrutti non trovano altre esperienze a cui collegarsi per predire ciò che avverrà? Si creano disadattamenti e distorsioni nei propri costrutti (Gillet G., Harrè R.,1996 )

Alcuni costrutti possono diventare non nominati ( resi pre - verbali), altri possono aver un loro polo sommerso e invisibile.(Ryckman, 1989, pag. 333)
La possibilità, insomma, di costruire la realtà intorno a noi non è così grande come sembrerebbe a prima vista , infatti per le nostre costruzioni utilizziamo solo i significati utilizzati all’interno delle narrazioni che noi abitiamo. Abbracciando questo punto di vista dobbiamo fare a meno, fra l’altro, di tutte le categorie della psicologia tradizionale. Per es l’idea che ci siano in noi pulsioni, bisogni eccc, perde di senso, Harrè riporta il seguente esempio: Don Giovanni vede le donne come bersaglio per un certo appetito che egli SUPPONE di avere. Ciò che spinge Don Giovanni ad arricchire il proprio catalogo non è più una pulsione, ma il "focalizzarsi sui significati o sulle immagini nei cui termini le persone costruiscono le proprie personalità".(Gillet G.,Harrè R.,1996 )
Che aiuto dare allora a quel ragazzo che nemmeno riesce a mettere a fuoco il suo (nostro?) problema. Credo che un atteggiamento emico (Masoni,M.,1994), in un lungo percorso, per lungo tempo, possa aiutarci a vedere il mondo con i suoi occhi. Dovremmo risvegliare il vecchio Rogers: assumi il suo punto di vista, senza rinunciare a ciò che sei, solo così potrai indicargli strade nuove che egli potrà vedere come sue.

Si vorrebbe essere volonterosi, ma il costrutto "volonteroso" sfugge di mano e diventa incontrollabile.

il contesto sociale è grigio e amorfo.
l'individuo per poter risaltare in esso deve distinguersi, apparire "altro"
Si può apparire altro solo non rispettando le regole del contesto "grigio e amorfo", che ovviamente devo conoscere.
Quindi percepisco i valori generali che improntano quel contesto grigio e amorfo e agisco in modi ad essi contrari.

La tappa costruttiva più importante in questa serie di passi è quella relativa alla convinzione che risaltare , esistere, occorre apparire "altro". Questa convinzione una volta acquisita non è più padroneggiabile dalla persona.
Tentiamo di generalizzare:
Si accettano i significati di un certo livello discorsivo, vale a dire di un certo contesto sociale.
Non si riesce ad agire in accordo con quei significati.
Il "non riuscire ad agire" è una attività discorsiva attiva e non padroneggiabile. Il fatto che non sia padroneggiabile è ovviamente dovuto al fatto , identitario, che ora , per "esserci", occorre non riuscire ad agire.


Che fare quindi in questi casi? Ci sono scelte dolorose degli altri che vanno rispettate. Se ne soffriamo troppo ( noi), confortiamoci pensando che nel tempo molto può cambiare: se il mondo è comunicazione, allora i problemi si formano nella relazione e si risolvono nella relazione. Pensare di guidare sempre le relazioni significa pensarsi onnipotenti.

Conclusioni
La volontà, in quanto argomento narrativo, va indagata all’interno dei contesti narrativi nei quali prende corpo. Motivare un ragazzo, ossia fornirlo di volontà, significa fornirgli narrazioni che ristrutturino la sua vecchia narrazione/argomentazione. Per esempio, se per un ragazzo diventare "volonteroso" significa "perdere la faccia", motivarlo significa fornirgli argomentazioni che egli possa spendere per spiegare il suo cambiamento salvandosi la faccia. In generale il biasimo, il rimprovero , tutte le sanzioni dello stupidario scolastico e famigliare, alimentano la mancanza di volontà, la forniscono di senso, la rendono nobile. Chi scrive un po’ se ne intende, dato che è stato, tanto tempo fa, un ragazzo molto svogliato.


Bibliografia
Gillett G.,Harré R., La mente discorsiva, Raffaello Cortina,1996
Masoni, Insegnamento e devianza minorile, Giuffrè, Milano, 1994
Moitessier B. Tamata e l'alleanza, L'autobiografia di un grande navigatore Edizione Incontri Nautici, Roma, 1994
Ryckman, 1989, pag. 333, Theories of Personality,Wadsworth, New York

Marco Vinicio Masoni


Tratto da www.vertici.com

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