Seminario
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Roma, 27 febbraio 2003

“Quale futuro per la scuola media?”

Relazione introduttiva di Luisella De Filippi

Con l’iniziativa di oggi intendiamo riprendere il dialogo con la scuola media, con i suoi problemi, per tornare a riflettere insieme sul ruolo che essa deve avere nel sistema di istruzione, sul ruolo che i docenti vedono per sé dentro la scuola media, formulando idee, proposte, ridando voce e parola a un settore che vanta sicuramente importanti elaborazioni nel campo della ricerca didattica.

Credo che i traguardi raggiunti da questi insegnanti nella faticosa ricerca di modelli adeguati a rispondere alle trasformazioni sociali, li renda protagonisti attenti e critici del cambiamento.

L’introduzione di sperimentazioni, di nuovi modelli di tempo scuola hanno segnato un percorso di elaborazione che si è fatto laboratorio didattico e patrimonio collettivo informando di sé la cultura professionale delle persone che ci lavorano.

Da qui occorre partire per riflettere su ciò che è necessario cambiare per superare limiti e ritardi della scuola media e per capire il senso che vogliamo dare al cambiamento e che cosa pensiamo invece vada contrastato perché rischia di tradursi in un arretramento.

La legge 30 era stata molto contestata soprattutto a causa di un percorso ritenuto poco democratico, di uno scarso coinvolgimento dei docenti nella elaborazione del progetto che, per essere metabolizzato e produrre cambiamento vero ed efficace, deve alimentarsi del contributo di tanti soggetti e ha bisogno di tempi distesi per sperimentare, verificare, aggiustare. I processi di riforma infatti non sono né semplici né brevi:

pensare di imporre al Paese una propria idea di scuola, come sta facendo questa maggioranza, senza dibattito e confronto, con la pura arroganza dei numeri, dà la misura della mancanza di cultura di governo di questo esecutivo, che non tiene minimamente alla dialettica democratica delle istituzioni. Il Parlamento è stato espropriato della discussione sulle norme generali sull’istruzione, da un governo che ha blindato la discussione sulla riforma per arrogarsi il diritto di decidere da solo attraverso la definizione dei decreti attuativi. Lo stesso stile sta adottando per imporre le altre cosiddette riforme.

Una tale furia devastatrice non ha solo lo scopo di rimuovere con fastidio un dialogo democratico di cui non si sente il bisogno, ha anche l’urgenza di metter mano ai fondamenti culturali che hanno contraddistinto i rapporti sociali di questo Paese con un’azione fortemente controriformatrice, segnata da un arretramento nei diritti delle persone e nelle garanzie sociali che questo Paese aveva conquistato con le lotte dei lavoratori. Solo un cenno alla destrutturazione dei diritti prodotta dalle deleghe sul lavoro che peggiorano le condizioni di vita dei lavoratori, precarizzando, anteponendo ai diritti delle persone gli interessi economici, indebolendo le organizzazioni dei lavoratori e quindi condannando i lavoratori alla solitudine e alla impossibilità di difendere i propri interessi.

Non più lavoratori garantiti, non più cittadini tutelati dalla Costituzione che riconosce a tutti il diritto all’uguaglianza rimovendo gli ostacoli di natura sociale ed economica che impediscono il libero e pieno sviluppo della persona: abbassare l’obbligo scolastico, anzi appannare il concetto di obbligo e costringere ad una scelta precoce, a 13 o a 14 anni, se essere destinati allo studio o al lavoro non può far altro che riprodurre le differenze sociali di origine e trasformarle in disuguaglianze.

La scuola che affronta la sfida della complessità sociale con l’obiettivo di includere, integrare, esprime un valore forte, coerente con la nostra Costituzione, che vale la pena di perseguire, cercando forme sempre più efficaci per realizzare un obiettivo che mantiene intatto il suo valore.

Dicono che la scuola media ha fallito i suoi obiettivi, ha prodotto dispersione scolastica, ha livellato verso il basso sacrificando le eccellenze. Certamente questa scuola ha bisogno di riforme per elevare la sua qualità, per superare ritardi e limiti, per essere in grado di assicurare a tutti le competenze necessarie per scegliere consapevolmente la propria vita, per formarsi come uomo, come donna che esercita pienamente i suoi diritti di cittadinanza. Ma separare i percorsi scolastici a 13-14 anni, e forse anche prima se pensiamo all’anno orientativo della scuola media, fra scuola della cultura alta da una parte e l’avviamento al lavoro dall’altra contribuisce davvero a rimuovere gli ostacoli di natura sociale ed economica che impediscono di fatto l’uguaglianza fra i cittadini?

E’ evidente che la classe sociale, la condizione economica e culturale della famiglia di origine costituiranno un pesante condizionamento nella scelta del percorso scolastico. Inoltre sappiamo che nell’area della deprivazione sociale e culturale si colloca principalmente il disagio scolastico fatto di ragazzi che abbandonano precocemente la scuola dopo aver messo a dura prova insegnanti e famiglie. Quanti fallimenti la scuola e i docenti sentono pesare su di sé, però rimuovere questi problemi portandoli fuori dalla scuola non sarà avvertito come un sollievo da parte di molti?

Purtroppo questo rischio è reale ed è dovuto ad un’operazione di semplificazione, di riduzione del compito affidato all’insegnante infatti se l’aspettativa professionale è più bassa, meno forte è il rischio di non farcela, se si rimuovono i problemi rappresentati dai ragazzi più difficili, è più lieve l’agire professionale.

Una ricerca medica ha evidenziato una patologia psichiatrica che colpisce in modo diffuso soprattutto gli insegnanti, si chiama “burnout”, non è ancora patologia, è una sindrome, ma l’anticamera della patologia psichiatrica. E’ il frutto dello stress che accompagna un lavoro duro, fatto di richiesta sociale alta a cui è difficile rispondere adeguatamente.

Interrogati sulle esigenze che sentono in modo più forte, questi insegnanti rispondono: più formazione, più strumenti , denunciando così una sofferenza professionale.

Ecco, una semplificazione dei compiti può alleviare il peso e la fatica, ma è una rinuncia a perseguire l’obiettivo dell’inclusione di cui si avvantaggiano non solo i ragazzi che rischiano l’espulsione ma anche gli altri, infatti le persone non si formano per stratificazione di contenuti in un processo di crescita tutto individuale, magari proteso alla ricerca di una verità che sta altrove, una verità che ricorda tanto le verità trascendenti della spiritualità, nell’indifferenza dei contesti sociali ed economici.

Realizzare se stessi nel confronto con gli altri, con i limiti che gli altri ci impongono e con la ricchezza che le relazioni ci offrono, è un principio che non ispira le riforme del centro-destra che tende semmai a produrre il pluralismo delle scuole invece del pluralismo nelle scuole.

Restano offuscati, nei documenti per riformare la scuola, anche i valori della Costituzione che ha l’onore di una breve citazione preceduta da un “anche” che ne limita e sminuisce la forza simbolica. E c’è una caduta dei riferimenti ai diritti di cui sono portatori tutti gli uomini e le donne, non c’è alcun riferimento alla Carta universale dei diritti dell’uomo, non c’è la difesa del diritto allo studio dei ragazzi, né della realizzazione per tutti del diritto alla cittadinanza.

Ne emerge anche con chiarezza la volontà di marginalizzare il ruolo della scuola pubblica riducendone il peso e l’autorità: meno autonomia, sono le regioni a definire il 15% del curricolo che non spetta allo Stato (comparirà il vocabolario e la grammatica del dialetto locale?), meno tempo scuola e differenziato secondo le richieste delle famiglie, una vigilanza stretta della famiglia, della collettività sotto forma di associazione ed enti locali sulla valutazione e sul giudizio che la scuola esprime circa il percorso didattico e la valutazione degli alunni, meno libertà d’insegnamento, i docenti tutor, o prevalenti, diventano i supervisori della didattica, la scuola come istituzione assume un ruolo minore, affiorano figure dominanti, perché hanno il potere di decidere, rappresentate dal docente tutor e dalla famiglia, il resto rimane in penombra.

Abbiamo sempre vissuto la scuola come il luogo delle relazioni orizzontali anche quando l’articolarsi della funzione docente ha determinato forme nuove e arricchite del profilo professionale e la libertà d’insegnamento, costituzionalmente garantita, si incardina in modo coerente nelle relazioni orizzontali sostanziando la funzione docente.

Il ruolo della famiglia e un’organizzazione scolastica che ruota sulla figura prevalente del docente tutor, pongono interrogativi inquietanti sul tipo di scuola disegnato da una siffatta riforma e vanno visti dentro questa prospettiva i tagli ai finanziamenti destinati alla scuola pubblica, la drastica riduzione degli organici e delle risorse, la compressione di tutti gli spazi di flessibilità, l’aumento della precarietà, funzionale, perché facilmente comprimibile, al disegno di riduzione della scuola pubblica, e  anche l’esternalizzazione dei servizi ATA, che significa meno funzionalità dei servizi, lavoro meno garantito e sottopagato, ma anche riduzione dei costi. Per agevolare questo disegno si cercano alleanze sollecitando le spinte corporative dei docenti a cui si fa intravedere la possibilità di un contratto più ricco se separato e con il ritorno allo stato giuridico dei docenti una dipendenza più stretta dalle autorità ministeriali ma una possibile situazione di privilegio nella separatezza.

Ma che relazione hanno le “Indicazioni nazionali per i piani di studio personalizzati della scuola secondaria di 1° grado” con la riforma della scuola che sta per essere approvata in parlamento?

A ben guardare essi non portano la firma del Ministro e si fa fatica a collocarli in un percorso dalle tappe chiare. Occorre dire poi che non è l’unico documento sui programmi emesso con questa forma misteriosa, infatti è stato preceduto dall’uscita di documenti simili sulla scuola materna ed elementare, quest’ultima arricchita anche dalle “Raccomandazioni per l’attuazione dei piani di studio personalizzati”, che invece non hanno ancora visto la luce per la scuola media. Esiste poi anche un altro documento che riguarda tutto il primo ciclo dell’istruzione e cioè il “Profilo educativo, culturale e professionale dello studente alla fine del primo ciclo di istruzione (6-14 anni)”

Tutte queste elaborazioni sono semplici documenti culturali che non hanno un valore cogente per la scuola, infatti, per avere effetto di legge, questi documenti dovranno non solo riportare la firma del Ministro, ma probabilmente dovranno essere sottoposti ad un parere del CNPI.

La fonte normativa all’origine di questi documenti è l’art. 8 del Dpr n.275 sull’autonomia scolastica, citato sia in relazione al Portfolio delle competenze individuali che nel capitolo dei vincoli e risorse: esso riguarda la definizione dei curricoli della scuola dell’autonomia, affidati per delega al Ministro dell’istruzione, che definisce:

gli obiettivi generali e specifici, le discipline e le attività della quota nazionale dei curricoli, l’orario obbligatorio annuale dei curricoli, i limiti di flessibilità temporale, gli standard relativi alla qualità, gli indirizzi per la valutazione degli alunni e i criteri per l’organizzazione dei percorsi formativi degli adulti.

La legge di riforma della scuola ne definisce poi la cornice culturale e tutti questi documenti costituiranno la strutturazione operativa dei decreti di applicazione della riforma stessa nei 24 mesi che seguiranno la sua approvazione definitiva.

Diventa dunque di primaria importanza la riflessione che gli operatori della scuola debbono fare su questi testi, per coglierne l’ispirazione ideale, culturale e pedagogica e partecipare in modo consapevole ai processi di cambiamento che investiranno la scuola.

E questo è lo scopo del nostro seminario attraverso il quale intendiamo avviare una riflessione più ampia che coinvolga, a cascata, tante scuole delle nostre città offrendo strumenti per la conoscenza e promovendo una diffusa consapevolezza dei processi in atto.

La CGIL scuola è fortemente impegnata nella campagna tesa a contrastare questa riforma che, a nostro giudizio, rappresenta un arretramento dei livelli di scolarità raggiunti nel nostro Paese, indebolisce la scuola pubblica e non assicura a tutti una formazione adeguata a garantire i diritti di cittadinanza, manifesteremo a Roma il nostro dissenso il 12 aprile con la CGIL, la Ffr e un cartello di associazioni di cui fanno parte il CIDI, l’MCE, l’UDS, l’ARCI, l’Associazione 31 ottobre, Legambiente, CRS, Gruppo Abele, Pax Christi.

Lo slogan “Tu per pochi io per tutti” ci collega idealmente alle battaglie della CGIL sui diritti e con queste infatti vuole stabilire una continuità dal momento che la scuola pubblica è un patrimonio di tutti, non solo di operatori scolastici , famiglie e alunni ma rappresenta l’asse strategico su cui si costruisce il futuro del nostro paese.

Piani di Studio Personalizzati: scuola media. Una lettura critica

(dal sito www.cgilscuola.it)