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"L'Educazione impensabile"

Incontro con P. Perticari che presenta il suo libro

Forlì, 25 maggio 2007

Paolo Perticari: "Il "piccolo" libro è l'inizio di un cammino, di un percorso. E' sì una sintesi, ma è quasi più l'inizio di un cammino, vita permettendo, salute permettendo.

Apro il libro: la "storia" è quella della scuola, ma non è un libro per insegnanti, eppure lo è, perché dice qualcosa che vorrei venisse rielaborato proprio da loro.

Non è un testo di buone pratiche, ma può dare un orientamento.

E' formato da quattro capitoli più un epilogo.

E' stato recensito come fosse un libro di antipedagogia, o lo scritto di un rivoluzionario contro, ma io non mi sento una specie di Giovanna d'Arco della pedagogia. Semplicemente quando l'editore mi ha chiesto se avessi da dire qualcosa, ho risposto che sì, avevo qualcosa da dire, ma non soltanto agli insegnanti. Anzi, mi piacerebbe che il libro fosse letto da tutti quelli che in un modo o nell'altro hanno a che fare con l'educazione.

Il primo capitolo tratta di cosa vuol dire educare nell'epoca dell'iperproduzione, della società mediatica, iperindustriale.

Il secondo dell'educare nella società della "banalità del male", la quale riguarda tutti molto da vicino.

Il terzo della miseria della "testa ben fatta".

Il quarto dell'educazione impensabile dall'evento dell'altro.

E proprio il "problema" dell'altro è il vero problema dell'educazione. Nell'epoca industriale tutto sembra fatto e organizzato per forcludere, criptare, allontanare, lasciare nel suo stato l'altro. Il tipo di legame sociale che stiamo costruendo sembra fatto apposta per creare un modo strumentale: la nostra produzione sembra orientata alla consumazione rapida e ciò condiziona la nostra effettiva possibilità di incontrare l'altro. Molte volte non ci accorgiamo che non "vediamo". Abbiamo costruito un sistema di pensiero che alla lunga sta risultando incapace di "vedere", ancor prima di vedere l'altro.

Guardare non è vedere; ascoltare non è sentire; conoscere non è capire.

Dovremmo abituarci alla pensosità nel momento in cui vediamo, sentiamo, capiamo.

Il collettivo invece determina quello che vedo. In siffatta situazione l'individuazione ha bisogno di programmi fatti per creare un'unidirezionalità di consumo.

Anche i Programmi della scuola spesso sono strumentalizzati da questo tipo di orientamento. Infatti a scuola cresce tutta una pulsionalità che demolisce la capacità di vedere, sentire, capire.

Le società del benessere stanno iniziando a soffrire. Non c'è soltanto la miseria del Sud del Pianeta che coinvolge milioni di persone, c'è anche una miseria occidentale, una miseria simbolica delle democrazie occidentali avanzate. La nuova industrializzazione culturale vede merci irraggiungibili per le possibilità economiche dei più e porta alla miseria mentale che si riproduce in miseria politica e di partecipazione diretta delle persone.

Il lavoro pedagogico che può produrre mutamenti epistemici di ampio respiro tanto negli oppressi della globalizzazione quanto nella produzione industriale globale non è mai definibile nei dettagli e, una volta per tutte, deve essere sempre rinnovato, riformulato, rilanciato. L'educazione come ricerca di una riappropriazione non coercitiva dei desideri, degli affetti, del simbolico, del religioso teologico o ateologico, richiede un impegno a lungo termine nell'ambito delle politiche dell'educazione europee, impegno che chiama in causa inevitabilmente un riassetto dei desideri su scala planetaria in grado di portare la logica dei diritti umani e l' "educazione" a essere vista con gli occhi del subalterno. *

Tutta l'industrializzazione è organizzata in maniera totale per demolire la vita dello spirito e l'apprendimento.

Noi dobbiamo pensare che molte ore vengono passate davanti alla televisione o ai pc tanto da condizionare la mente dei ragazzi, che vengono a scuola senza più alcuna possibilità di prestare attenzione, ma anche la mente degli adulti, degli insegnanti, privi ormai di attenzione verso gli studenti. L'apprendimento così è di scadente qualità, perciò far emergere il problema dell'attenzione è ancora un argomento all'ordine del giorno. C'è un calo di attenzione, ma anche di solidarietà, d'amore nella scuola.

Si corre il rischio che gli insegnanti siano soltanto fedeli esecutori dei programmi ministeriali.

Gli studenti che incontriamo a scuola esigono qualcosa. Quella bambina, quel bambino esigono il loro nome, esigono di non essere dimenticati, di non essere schiacciati tra gli eccessi di costruzione geometrica e quelli di perfezione estetica di qualche insegnante impegnato a eseguire zelantemente e con precisione le procedure e i compiti dettati dall'ultima circolare ministeriale. L'esigenza che ci interpella dai volti degli studenti non ha nulla di estetizzatile, programmabile, strumentalizzabile. E' piuttosto un'esigenza di lasciar sbocciare una risposta con una sua energia propria, nella catastrofe del sensibile di un' epoca, e forse un'esigenza di redenzione che riassume e convoca interi ordini di potenze angeliche, trovando nei mezzi senza fine il suo locus, la sua ora topica. E' questa natura escatologica propria dei volti, di ciò che sta nel mezzo, che il bravo insegnante riesce a captare, senza lasciarsi confondere dalle pessime escatologie propinate da qualunque messia da due soldi, lì pronto ad attenderli. Ad esempio, se la danza è un gesto, lo è perché essa non è altro che la sopportazione e l'esibizione del carattere mediale dei movimenti corporei. Nella sua medianità, l'essenza della danza sembra restare inafferrabile e certamente non riconducibile entro la logica lineare della coppia mezzi-fini. Allo stesso modo, come la danza, i volti che si possono incontrare non hanno propriamente nulla da dire, perché ciò che mostrano è il loro esser-mezzo, comunicazione di una comunicabilità, pura medialità.

La perdita di senso sociale esiste nel momento in cui tutte le nuove forme di educazione della scuola non fanno i conti con l'aggressione dell'esterno, ecco perché io parlo di "miseria della testa ben fatta", perché essa si attaglia a un insegnamento per diventare parrucchiere, pubblicitario, meccanico, insegnante, ecc. mentre la "testa ben fatta" dovrebbe andare nella direzione di pensare a quale società vuole. Ora c'è il problema di farla funzionare di nuovo questa "testa"! Non dobbiamo pensare a una testa ben fatta per le regole della finanza, per il consumo, per il mercato.Una testa ben fatta non basta se non si crea un movimento per incontrare l'altro. Ciò anche nelle industrie!

Dobbiamo poi guardarci dal tempo libero quando da tempo dell'ozio diviene tempo del negozio. Ricordiamoci che basta girare per la strada per rendersi conto di quanti soldati della merce esistano fra i giovani, tutti in divisa, quasi identici, a volte firmati dalla testa ai piedi.

La prima industria che conta invece è quella culturale, quella della scuola, quella interculturale. Dobbiamo pensare a nuove forme di industrializzazione culturale.

Invece noi ci troviamo in un sistema che limita, costringe a non sviluppare il desiderio di capire i poveri della Terra, i quali non hanno voce.

Il problema non è una politica della testa ben fatta, perché questa è già tutta afferrata dalla vendita di tempo di cervello disponibile, bensì quello di riuscire a promuovere una politica di molte teste ben assortite, capaci di integrare i loro limiti, i propri difetti, e dal difetto-e forse per difetto- trovare il modo di passare all'atto, insieme. In fondo nel lavoro di Morin manca proprio questo: il senso del limite, del difetto.

A scuola il misconosciuto, il "minore", l'errore devono trovare spazio nella quotidianità e i Programmi non devono forcludere. Anzi, devono partire dall'errore, dal difetto per aprire nuovi mondi, nuove possibilità. Il difetto consente di deviare da ciò che "va per la maggiore"e riqualifica l'azione scolastica. Il misconosciuto è l'avanzo, ciò che resta al margine, lo scarto senza il quale si va verso la massificazione. Si deve creare qualcosa di nuovo mettendo finalmente in moto la testa. Bisogna provare a sentire l'insegnamento come qualcosa di intimo, affinché poi avvenga l'apprendimento. Ci si deve chiedere come la propria testa possa venire mossa dall'altro: iniziare un percorso di cambiamento in tal senso non è detto che non si possa fare anche dentro la propria classe.

  Comunque sia ognuno di noi deve iniziare con fiducia e determinazione a cambiare le cose dal proprio posto nella società senza aspettarci aiuti dall'alto.

Prima o poi, la progettazione e qualunque palinsesto coerente si inceppa; prima o poi, qualunque traduzione e qualunque macchina fa difetto, non funziona e, da quel punto, la difficoltà si irradia in tutta la rete, in tutto il testo, facendo emergere la povertà delle soluzioni precedenti, più comuni, senza poterne indicare di nuove, più soddisfacenti.

 

Claudia Fanti

29 maggio 2007

 

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* Le parti in corsivo, tratte dal libro, sono state scelte dalla redattrice

 

 


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"L'educazione impensabile"


Cultura scuola persona. Verso le nuove Indicazioni Nazionali.
(Appunti e note)


Se vogliamo che cambi, diamole fiducia


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