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Senso di realtà


La “nostra” scuola elementare


Despotismo sui malati


Valutare nel terzo millennio


Facciamo finta che...

 

Insegnante: do you remember?


Ho letto, ieri sera, un bellissimo articolo della Dirigente Christine Cavallari (in “La rivista dell’Istruzione” n°3-2009 (ed. Maggioli), a proposito del libro “Ehi, Prof!” di F. Mc Court (ed. Adelphi), e di alcuni altri testi, quello di Shon, “Il professionista riflessivo”(ed. Dedalo), l’ultimo intervento di P. Ferri, “Nativi digitali, una razza in via di apparizione”, al convegno 2009 “Da Socrate a Google”.

Gli argomenti trattati dalla Dirigente sono quelli che attendono risposte da sempre: come si diventa insegnanti, chi è il “bravo” insegnante, quali i talenti, quale sia il ruolo della pedagogia in relazione alla filosofia, quanta ne occorra per costruire una scuola aperta.
Così ho ripercorso mentalmente le tappe della mia professione di maestra e ci ho visto quelle della scuola e della vita di una bambina nelle aule delle elementari degli anni ’60, un’alunna timidissima e desiderosa di far bene a tutti i costi, con le scalette dei voti ben in testa, con una mamma maestra che le raccontava il primo dopoguerra della professione.

I Anni ‘60/‘70
In quel tempo, la rigidità educativa, la disciplina imposta con i no e con i sì, il “tu parli dopo perché sei piccola”, la giornata scandita da rituali e dogmi orario e regole, fecero la parte del leone nella vita dei miei primi vent’anni. Non soltanto dei miei, bensì di una intera generazione del dopoguerra. Generazione della ripresa economica, che vedeva molte famiglie impegnate nella ricostruzione interiore ed esteriore. Dell’esteriore si dovrebbe parlare a lungo perché in qualche modo condizionava la prima al punto da schiacciarla negli individualismi, nella competizione, nel merito personale.
D’altra parte però milioni di esseri, i più fragili e sensibili, hanno rinunciato ad apparire, esclusi dai leoni rampanti del selfmademan.
I più forti sono ora ai vertici delle istituzioni, delle banche, dei ministeri, del governo, dell’economia, sono ancora lì a regolare la vita altrui e, se non personalmente, perché defunti, il loro posto è stato occupato dai figli e perfino dai nipoti.

Prestissimo è stato dimenticato il senso profondo della Resistenza, della Costituzione, della Democrazia.
Prestissimo la direzione intrapresa è stata quella dell’apparire, dell’esteriorità, del denaro, della lotta leonina per i poteri e per il potere.

I Maestri, i Filosofi, invece di “essere ripresi in mano” e studiati alla luce dei cambiamenti, vennero dimenticati, accantonati come inutile orpello del passato, relegati al ruolo di “oggetti” da museo. Purtroppo però lasciarono il posto ai gestori della cosa pubblica nel nome del risultato ora, subito, senza timore di calpestare, in ogni campo, chiunque non fosse leone.

Nel lontano 1973, entrai come supplente nella scuola elementare. Devo dire non spontaneamente. Avrei desiderato diventare una psicologa, o una psichiatra, ma mi fu detto con decisione che era troppo costoso e che la famiglia aveva altre priorità.

Mi sentivo male, imprigionata nuovamente da un sistema che, al di là del ’68- non si creda che si sia sentito in modo generalizzato nelle scuole- restava imbalsamato dentro le scatole sgangherate di aule sempre troppo strette, sempre troppo polverose, sempre troppo ingessate dall’odore del gesso, marce di umidità, ma quel che era peggio, imbalsamate in scansioni rigide di orari, routine a misura di adulto. L’adulto insegnante deteneva il potere linguistico, le bambini e i bambini o vi si sottoponevano o erano drammaticamente soli con le loro inadeguatezze, drammaticamente etichettati, destinati…

Per anni, con l’occhio della supplente, mentre frequentavo l’Università, ebbi modo di esaminare dall’interno metodi, didattica, sistema di valutazione e relazione dei grandi con bambine e bambini.
Ogni giorno, al ritorno a casa, avevo la sensazione di far parte di un mondo che riproduceva la società di allora: i bambini leone crescevano sempre più forti e consapevoli della loro forza, i bambini gazzella scappavano a gambe levate e, appena usciti dalla scatola, quando andava bene venivano divorati all’interno delle fabbriche.

Tutto si riproduceva, tutto si ripeteva, la guerra non era finita…era appena cominciata.
E continua eccome.

II Paura dell’errore
La guerra che dovetti combattere io fu tutta rivolta contro di me.
Sì, perché avvertivo la mia rabbia dinanzi alla situazione: pochi alunne e alunni seguivano, lavoravano, davano risultati brillanti, veramente pochi.
Il più delle volte non servivano sforzi, testardaggine, volontà di farli sbocciare, voglia di stare con loro e di capirli. Alla fine si dovevano dare i voti. Tutti li davano, in itinere e alla fine. Le maestre e i maestri “buoni”erano più comprensivi, più dolci e carini, tuttavia dovevano continuamente misurare e giudicare. Ho negli orecchi perfino le voci di riprovazione o di lode che uscivano ogni minuto da quelle bocche riarse a furia di ripetere le stesse lezioni di sempre, con gli stessi ritmi di sempre, gli stessi dettati, riassunti, testi poetici, temi, problemi, equivalenze, conti, letture…

Gli errori erano quelli di sempre, lo scandalo per quegli errori di sempre si dipingeva sulle facce dall’espressione sempre un po’tirata delle maestre, dei bambini e delle bambine.
Sentivo che la scuola era un luogo teso, malinconico, preoccupato…sconfitto da se stesso.
Sentivo le bambine e i bambini ridere e vociare soltanto in cortile, nelle rare ore d’aria.

Ho girato diverse scuole, alcune più vivaci di altre, alcune senza armadietti e carta, altre prive di lampadari, vandalizzati un giorno sì e un altro no dai bambini e dalle bambine di una periferia malata, una periferia dormitorio che sfornava ogni mattina schiere di ragazzini e ragazzine buttati giù dal letto per raggiungere la scuola che si ammalava sempre di più, senza strumenti all’altezza di una possibile cura.
La paura vibrava dalle cattedre verso i banchi delle gazzelle altrettanto spaventate e vogliose di scomparire. In cattedra sedeva la paura di non resistere alla sconfitta didattica di ogni giorno dinanzi agli errori delle gazzelle.

La scuola aveva paura di chi aveva di fronte e fu vigorosamente ricambiata con ribellioni, irrigidimenti, conflitti cognitivi di una potenza indescrivibile. Soprattutto fu ricambiata con la dispersione di migliaia e migliaia di intelligenze pure, ma non stimate, invisibili agli occhi ciechi della paura di insegnanti.

La rabbia si tramutava in sconforto nel momento in cui avvertivo che gli studi universitari di pedagogia, psicologia, filosofia erano alquanto lontani dalla realtà che dovevo affrontare. Gli studi però mi avevano fatto intuire i problemi, le difficoltà; mi avevano aperto alla ricerca che ora mi sarebbe stata indispensabile come l’aria. Intuivo, giovane com’ero e irrigidita dalla disciplina ricevuta, che mi sarei sicuramente dovuta armare di una pazienza infinita per percorrere un tragitto altrettanto infinito. E così iniziai a cambiare lentissimamente ma inesorabilmente. Il topo di biblioteca avrebbe dovuto dare aria al muso e guardarsi intorno in cerca di risposte mai certe, in cerca di esperienze altrui.

 

III L’aggiornamento
Gli anni ’70 furono quelli della rabbia ma anche del timore di sbagliare: non tutti eravamo Don Milani! Non tutti ci trovavamo nelle prime mitiche scuole a tempo pieno. Anzi, spesso, noi ragazze si lavorava nei doposcuola e, a Milano, come successe a me, anche nei “giochi serali”organizzati dal Comune: decine e decine di alunne e alunni di serie B stipati con noi maestrine di serie B nei sotterranei delle scuole, per non sporcare le aule delle maestre uniche del mattino…E tutti insieme, gli scarti umani, di prima, seconda, terza, quarta e quinta, facevano i compiti per le maestre del mattino. La gazzarra era indescrivibile, le tensioni alle stelle; le ore, fino alle 18,30, non passavano mai, senza carta, colori, costruzioni, giocattoli…laggiù con quelle luci fioche, con l’aria densa di gesso e umidità…
Incontri umani in condizioni pietose vivacizzate dalle speranze, dalla creatività di noi maestre giovani e dalla voglia di urlare ed esplodere di bambine e bambini in attesa di qualche briciola di spazio, di libertà…

E cominciò l’era dell’aggiornamento.
Ogni occasione era buona per iscriversi a corsi. E dai con le discipline…italiano, matematica, storia, musica, motoria, ecc…E costruivamo strumenti musicali e leggevamo insieme testi da destrutturare e ricomporre e amavamo Alfio Zoi, l’analisi del testo, le grammatiche, l’insiemistica del Dienes con i suoi blocchi logici, il multibase…
E si confermò in noi la consapevolezza che non bastassero gli studi universitari per poter gestire i problemi, per affrontare le situazioni degradate, per fronteggiare l’immigrazione.
Ricordo con grande lucidità quel giorno in cui fui messa con un banchetto fuori di una scuola periferica di Milano per ricevere le iscrizioni alle future prime: le mamme provenienti da zone del meridione non ricordavano le date di nascita del figlio o della figlia da iscrivere. Una in particolare mi disse: “ A signurì, mi ricordo che era freddo… sì! Inverno era!”
Avevo vent’anni. Pensai che una mamma che non ricordava la data di nascita della prole, dovesse averne passate di tutti i colori!
Poi mi ritrovai in classe un bimbo che venne ogni mattina per quindici giorni indossando un pigiama macchiato del sangue di una piccola ferita che si era procurato giocando. Non aveva abiti di ricambio. Cosa pretendevo che facesse questo alunno? Avrei forse dovuto giudicarlo?
Ritenni fosse giusto tenerlo accanto, fargli sentire la mia solidarietà, il mio affetto, la mia comprensione. Aveva undici fratellini e sorelline. Ce n’erano tanti come lui…
Altro che aggiornamenti sulle discipline!
Continuavo ad aggiornarmi, ma con uno sguardo diverso al problema della dispersione: non erano certo le discipline l’unico problema dell’insegnamento!

IV Gli anni ‘80/’90
E fu così che durante i due decenni successivi l’interesse, lentamente ma inesorabilmente, iniziò a spostarsi verso un aggiornamento più selezionato, più attento al relazionale, alla conduzione della classe, alla cooperazione.

Se gli anni ’80 risentirono del cognitivismo culminante nei Nuovi Programmi e nella diversa organizzazione dell’istituzione con i Moduli e la diffusione, soprattutto al nord, del mitico Tempo Pieno, gli anni ’90 furono quelli della lotta per l’annullamento della dispersione nelle scuole elementari, quelli che pretendevano di condurre al “non uno di meno”.
E allora mi dedicai a studiare l’importanza dell’errore, la sua valenza positiva per la ricerca, per la maturazione delle alunne, degli alunni oltre che per la mia.
Furono anni liberatori, nei quali sperimentammo in molte il desiderio di vivere senza angosce il Programma, le Programmazioni, sperimentammo nuove forme di relazione, di educazione, di lettura dei contesti, di valutazione.
In molte scuole, con l’autonomia, si gestirono orari e risorse in base alle esigenze dei Piani dell’Offerta Formativa. I soldi non bastavano certo, tuttavia si lavorava tutte intorno all’idea della scuola come comunità educante, in cui i diversi soggetti tentavano la cooperazione affinché ogni alunno raggiungesse risultati il più possibile adeguati alle potenzialità espresse.

Mai sono mancate le difficoltà, così come accade in ogni grande “assemblea di teste pensanti”, tuttavia le classi vennero gestite in modo più meditato insieme con il team e con la comunità nel suo complesso.

La programmazione, unitamente a pratiche di postprogrammazione, ebbe un ruolo importante nel rendere le/gli insegnanti più consapevoli del lavoro che stavano svolgendo. Gli eccessi di burocratizzazione nella produzione di scartoffie ci furono, ma in numerose scuole furono corretti e fu snellito il lavoro di produzione cartacea, che come sempre ruba il tempo a ciò che vale in favore della documentazione e del rendere conto all’amministrazione.

Ci furono spesso conflitti fra docenti, eppure in ogni realtà essi diedero la spinta al lavoro sulla relazione interpersonale, ad approfondimenti sui temi della collaborazione, del fare squadra, sulle strategie di contatto e di riconoscimento dei diritti e del valore degli altri. Seguimmo corsi di teamteaching, di conduzione cooperativa dell’insegnamento-apprendimento. Si capì il valore del fare squadra, dello scambio di idee per cercare le soluzioni. Il muro dell’individualismo sembrava sgretolarsi, eravamo all’inizio di una rivoluzione dei rapporti professionali fra docenti e dei rapporti nell’azione dell’apprendere di ragazze e ragazzi…sì, soltanto all’inizio, perché la scuola ha bisogno di tempi lunghi per trasformarsi, per consolidare, per crescere…

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V Anno domini 2009: il tempo interrotto
Ora è una guerra in cui apparentemente non ci sono vincitori e vinti, è una guerra trasparente come il vetro che sto strofinando in questa domenica di giugno. C’è il sole che splende, il mio vetro è talmente pulito che sembra non esserci, fuori c’è silenzio…Ogni tanto do un’occhiata a internet per sapere cosa succede nel mondo, per incontrare altre teste pensanti…
Ormai, penso, soltanto internet fa comunità, è triste, ma non vedo altri modi efficaci affinché ci si senta comunità…Vorrei regalare a tutte e a tutti l’opportunità di incontrarsi in una rete di idee, opinioni, pensieri…ma costa anche la tecnologia…
Tutto altrimenti è piani di silenzi ronzanti, la politica più che “ascoltare” annusa l’aria che tira, è demagogia. Tutto è silenzio e muore intellettualmente… I silenzi dei figli degli altri fanno comodo. Do not disturb i leoni!

Le riviste pedagogiche, i libri sono lì, sparpagliati sul solito tavolino, la mia mente lavora, va avanti e indietro nel tempo, così vede sì un gran lavorio delle maestre per fare ricerca, per cambiare le cose…eppure vede anche, con grande preoccupazione, quanto sia inutile, senza il Potere, incidere, segnare le scelte politiche affinché la pedagogia sia di nuovo arte e artigianato, sfida alla “filosofia” di chi considera la scuola un corpo da agghindare, da imbellettare, da vestire e, soprattutto, svestire per renderlo ogni volta più esposto, più vecchio, più imbalsamato di prima…

E non ci sono vincitori e vinti fra politici e pedagogisti, perché essi vivono proprio in mondi paralleli, e i mondi loro non si incontrano e non si scontrano realmente, si ignorano sdegnosamente. Fra i due mondi c’è il sottile e schiacciatissimo piano della scuola della quotidianità che vive con le regole che cambiano ogni anno e si arrangia a fare, si arrangia per sopravvivere, dentro le aule ci sono insegnanti che cercano di resistere, altri che si adeguano, altri che sbandano…e ci sono le alunne e gli alunni che, inconsapevoli delle scelte al ribasso della politica, vivono il loro tempo…e ci sono le famiglie che sperano, che vogliono credere in un futuro luminoso…per lo meno dignitoso, per i figli…

 

Conclusione: cosa succederà domani?
Non so, non lo sa il mio Collegio che si organizza per parare i colpi delle finanziarie, dei luoghi comuni enunciati in tv sulla professione docente e dirigente, sulla scuola e sugli esiti…Povero Collegio sbandato ancora una volta, disgraziata comunità costretta a ritornare indietro mille e mille volte ancora sui propri passi, indotta a perdere il tempo prezioso della ricerca per mettere insieme schemi orario impossibili e orribili grazie ai tagli violenti e indiscriminati della politica leonina.

Claudia Fanti
21 giugno 2009

 

 

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